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Testo e disegni di Magda Minotti

Sono di epoca feudale (X-XV sec.) i nove castelli i cui ruderi “tempestano”, rendendolo ancor più suggestivo,il panorama del territorio che va da Cividale del Friuli a Tarcento:
il castello di Cergneu, quello della Motta, i due di Attimis (il superiore o “castelvecchio” e l’ inferiore o “castelnuovo”), ed ancora quelli di Zucco e di Cuccagna, sorti all’imbocco della valle di Grivò. Poi i castelli di Soffumbergo e di Partistagno ed, infine, quello di Zuccola.
E, pensando a questo ricco patrimonio archeologico, che è possibile ammirare anche dal suo ristorante, Matteo Depetris, alla fine del 2002, ha voluto chiamare il locale proprio:


“Ai nove castelli”


Le vicissitudini legate alla loro storia hanno fatto fiorire credenze di morte, di dolore e di innumerevoli atrocità, alternate ad una rapsodia di visioni fantastiche e poetiche che, ancor oggi, vivono nella fantasia popolare e nelle leggende tramandate da quei tempi lontani...
Riviviamone alcune:

CASTELLO DI PARTISTAGNO

Gli abitanti di Faedis, stanchi delle angherie dei signori di Partistagno, ne distrussero il castello nel quale, ormai abbandonato frettolosamente da tutti, si era attardata la contessa che cercava di salvare il suo bimbo addormentato in una culla tutta d’oro.
La sventurata madre fu raggiunta e barbaramente trucidata da un uomo che, impossessatosi della culla, fece cadere il neonato, schiacciandolo senza pietà.
In quello stesso momento, però, la preziosa culla cominciò a rotolare giù dalla montagna e l’assassino che tentava di raggiungerla, arrivato sotto la torate, fu colpito mortalmente alla testa da un masso.
In quel momento la culla d’oro sparì e pare ricompaia tra le rovine del castello, allo scoccar di ogni mezzanotte.
Chi riuscirà a raggiungerla potrà impossessarsene ma, se il temerario non riuscisse a farlo, resterà per sempre rinchiuso là, inte torate del cjistiel.

 

CASTELLO DI ZUCCO

Tanto e tanto tempo fa, mentre le sue capre brucavano l’erba che spuntava dai ruderi del castello di Zucco, un uomo di Faedis se ne stava seduto su un mucchio di sassi…
Ad un tratto, si accorse che una delle bestie, strappando l’edera che lo copriva, faceva cadere parte del muro diroccato del castello, in cui era nascosta una gran quantità di monete d’oro.
Ormai ricco, quel tale scappò in fretta, abbandonando capre, casa, paese e… nessuno sa, dove sia andato, forse sparito nel nulla, come i fantasmi del castello di Zucco.

CASTELLO DI ATTIMIS

Secondo una leggenda, un tesoro favoloso era nascosto nel “castelvecchio” di Attimis. Lì vicino abitava un orco terrificante e talmente gigantesco che, per potersi dissetare con l’acqua del torrente Malina, doveva mettere un piede sulla collina della “Madonna dell’aiuto” ed uno su quella del “castelvecchio”.
Una sera, un uomo stava tornando a Porzus con la gerla piena di oggetti che aveva comperato, con i sudati risparmi, al mercato di Udine.
Stravolto dal lungo cammino a piedi, pensò fosse la stanchezza a fargli sentire, nelle vicinanze del castello, una voce che, chiamatolo per nome, gli prometteva di rivelargli il posto in cui era nascosto quel tesoro per tutti introvabile.
Il pover’uomo, ripresosi dalla sorpresa, pensò ad uno scherzo di qualche burlone nascosto tra la vegetazione ma la voce, dopo averlo rassicurato che quello non era uno scherzo, continuò, con tono invitante e deciso, a promettergli di svelare, in cambio dell’anima, quel favoloso segreto.
Il poveretto, a queste parole, si spaventò a tal punto che abbandonò la gerla con tutto ciò che conteneva gridando:
"Ti lassi dut chel che o ai podût comprâ dopo tancj sacrificis, ma ti prei, lassimi lâ!"
E, correndo a perdifiato tra gli alberi che gli parevano esseri infernali, raggiunse finalmente casa.Ma quel tesoro nascosto chissà in che punto del castello, era veramente cosa appetibile e desiderata da tutti tanto che, una notte di luna piena, alcuni uomini di Porzus decisero di andare a cercarlo tra i suoi ruderi.
Prima di partire chiesero ad una vecchietta del paese di pregare, durante la notte, per la riuscita dell’impresa.
Il buio e la paura, si sa, amplificano i rumori e così quegli uomini, smovendo i sassi, li sentivano sempre più forti e sinistri…
Spaventati ed angosciati, se la diedero a gambe abbandonando, sul posto, tutti gli attrezzi che avevano utilizzato per scavare…
Verso mezzanotte la vecchina, ormai stanca di pregare e volendo andare a dormire, salì malferma sulla scala esterna che portava in camera.
Da lì vide l’orco che, coi piedi su due case del paese, diceva ridendo:
“Eh…chei puars basoâi a crodevin di cjatâ il tesaur!”.

CASTELLO DI CERGNEU

Pare che la personificazione della superbia e della crudeltà, si fossero concretizzate nell’ultimo dei conti di Cergneu Savorgnan Brazzà il quale, tra l’altro, ammazzava personalmente affinché “no restassin al mont a mangiâ di bant” quanti, tra i suoi coloni o servitori, fossero arrivati ai sessant’anni.
Il giorno del suo sessantesimo compleanno, un pover’uomo di Ramandolo cominciò, prima di imboccare la strada del castello di Cergneu, a salutare per l’ultima volta amici e parenti.
Ma il figlio dell’uomo, volendo porre fine a quell’usanza crudele, diede al padre un coltello per uccidere, raccomandandosi a San Giovanni Battista, quel conte sanguinario.
Con il coltello nascosto sotto la camicia, l’uomo si presentò al conte che lo condusse Verso la Val del Montana, dove fu fatto inginocchiare con la testa rivolta verso la fossa.
Giunto il momento d’agire, il poveretto, preso il coltello, si girò verso il conte colpendolo al ventre e, “distirantlu come che al fos stât un purcit”, lo gettò nella fossa a lui destinata.
Il Battista aveva protetto non solo il colono, ma aveva salvato quanti fossero arrivati ai…
sessanta.
A questo santo, secondo la tradizione, si deve anche la “salvezza” dell’ala rimasta integra di questo castello.
Cergneu era stato assalito da un nobile che, con i suoi soldati, voleva espugnarlo e, in parte, c’era riuscito.
Da un varco tra le mura che stavano cedendo, uscì con i due figlioletti, la contessa Sigismonda che, in nome di Giovanni Battista da cui affermava discendere, implorò pietà.
La risposta fu che sarebbe stata risparmiata solo se avesse presentato i documenti che certificassero tale parentela.
Così, dopo aver risalito faticosamente quanto restava del castello, la nobildonna ritornò con un rotolo di pergamena che certificava la sua discendenza dal grande santo.
L’assalitore, a questo punto, se ne andò non prima di coprirsi il volto e di stringere con rispetto la mano di Sigismonda lasciando, così, integra l’ultima ala, quella ancora visibile, del castello.

CASTELLO DI ZUCCOLA

Nel sottosuolo di Cividale e, secondo altri nelle vicinanze del castello di Zuccola, sarebbe nascosta une caroce di aur.
Proprio lì, in quella galleria, la buse de regjine, che collega il castello di Zuccola al monastero di Santa Maria in Valle, la regina Teodolinda avrebbe abbandonato, durante la fuga, la sua preziosa carrozza.
Nessuno è mai riuscito a trovarla: chi volesse potrebbe …tentare ancora: buona fortuna!
Molte dame e nobildonne si susseguirono, nella storia di questo castello che, agli inizi del 1300, però, ne vide una veramente intrepida, Richelda di Giovanni di Spilimbergo:
“Eroicamente brandendo la spada, alto faceva parlare di sé, che animosa eccitava e colle parole e co’ fatti, le genti del castello” assediato dalle truppe patriarcali.
L’esempio di Richelda seppe infondere tanto coraggio a tutti, che l’assedio di Zuccola, pare impossibile, si concluse dopo soli dieci giorni!

Bibliografia:
· Istituto Italiano dei castelli- Sezione del FVG: “I castelli abbandonati”- Edizioni della laguna 1994
· A.Del Fabro “ “Castellane e cavalieri del Friuli medioevale” Ed. Demetra 1998