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di Magda Minotti

 Magda Minotti

giugno

 

GIUGNO: FRUMENTO E PANE

 

“Cuant che la ciale e cjante,
il forment al palombe”

"Il mês di Jugn
si jemple il pugn"

"Sant Zuan
cu la sesule in man!"

“A Sant Zuan
vin e pan”

In giugno il forment è, in assoluto, il protagonista.
Qui la memoria ci tuffa in fluttuanti campi d’oro dove, qua e là, si evidenziavano fiordalisi dal blu irreale delle notti estive e papaveri dai petali di fuoco, come il sole del solstizio d’estate.
E il pensiero va al pane che, fin dalla preistoria, è stato il principale alimento umano, sia esso derivasse dall’impasto d’acqua con farina di grano, sia con quella di sorgo, d’avena, di segala o di farro.
            Pan di forment, pan blanc, pan di fornâr o di buteghe, o pan di dazi (di frumento e soggetto a dazio), pan neri, pan brun o di noli (di crusca), pan di siale (di segala), pan di cincuantin (di mais cinquantino), pan di sorc (di granoturco) o zâl, pan di misture (di farine miste), pan di scjavaçade (di farina poco setacciata), pan di munizion (pane per i militari), pan cul ont (con il burro), pan cuinçât (con l’aggiunta di qualcosa) …
Ed ancora il pan di cjase, molto comune nei secoli scorsi e che, ancor oggi, in qualche angolo della Carnia, è fatto con farina di granoturco e segala. La mescolanza di queste farine, che anticamente conteneva anche la veccia e le fave, si chiamava tremeste.

Ma in Carnia, c’era un altro pane la cui simbologia assumeva un’ulteriore sacralità che andava ben oltre alla “materialità” del cibo.
Era il pane che, assieme al vino, era distribuito a quanti avessero partecipato ai funerali del proprio caro. Pane simbolo di solidarietà nei momenti tragici del distacco provocato dalla morte: il pan di casse o de limuisine…

 

 

giugno

 
GIUGNO
Affresco di ignoto XV secolo
Chiesetta di San Pietro
Magdredis di Povoletto (UD)

 

"Ai prins di Jugn,
la sesule tal pugn"

"Giugno, la falce in pugno": seselâ.
Così si chiamava il taglio di frumento, cui seguiva la composizione dei fasci di spighe, i balets, e l'unione di questi in covoni, balçs.
Era il nonno, la persona più esperta di casa, chedecideva il momento opportuno di seselâ. Il grano non doveva essere troppo tenero, meno resa in farina, né troppo maturo, perché sarebbe uscito dalle brattee (la pula) perdendosi sul terreno.
Momento solenne, questo, in cui si preparavano anche gli attrezzi che servivano a questo scopo: la sesule, adoperata per lo più dalle donne e dai ragazzi, e il falcilut, usato dagli uomini.
Quest’arnese aveva una specie di griglia che, ad ogni passaggio della lama, raccoglieva a mazzetti tutti i gambi recisi adagiandoli di lato. I setôrs, che tagliavano in questo modo il frumento, erano seguiti da altre persone il cui compito era quello di leâ i spis in balets, che erano messi in piedi, uno accanto all'altro, e coperti con altri posti di traverso a formare il ciapiel.
Lis sesulis migliori erano quelle russe per la forma e la dentellatura della lama, che   era   auto affilante.
I balçs erano scoperti il mattino, tirâ jù il cjapiel, perché il sole asciugasse la paglia ed il grano completasse la maturazione. Ma la sera, prima che cadesse la rugiada, si tornava a meti sù il cjapiel, che li avrebbe protetti. Espressioni queste, in cui l’uso della parola cjapiel, sottolinea ancor più il valore ed il rispetto per quel dono di Dio.
Durante il riposo pomeridiano, spesso accadeva che il nono desse l'allarme a causa di neri e minacciosi nuvoloni gonfi di pioggia. Anche in questo caso, e in gran fretta, si rimettevano i balets di traverso.
Quando, finalmente, la paglia era asciutta ed il chicco del grano era duro, tutto era caricato sui carri e portato alla trebbia.
Par seselâ, trebiâ e bati il forment, espressione rimasta in uso dall'antica pratica di battere le spighe sull'aia con dei bastoni, in modo da separare le cariossidi dalla pula e dal stran, si univano le forze di due o più famiglie poiché tali operazioni richiedevano molte braccia.
I ragazzi e i bambini avevano il   compito di   caricare la leggera pule, passare il filo di ferro attraverso l'ago dell'imballatrice e spostare lis balis di stran.
Fascino dell'imballatrice, mostro fumoso che con il cjastron dal movimento alternato, inghiottiva e costipava la paglia.
Le donne e le ragazze facevano arrivare i balets slegati nelle braccia dell'operatore che, con movimento solenne, al asiave, al gjarpive il fascio lasciandolo cadere nel battitore.
Il capo famiglia, il paron, era addetto ai sacchi che si riempivano con il grano che fuoriusciva dalla tramoggia posteriore ed erano legati ed allineati, sprigionando una solennità da parata.
In quel frastuono non si dialogava.
Mentre i ragazzi si rincorrevano rotolando felici nella pula e nella paglia, gli sguardi degli adulti erano rivolti ai sacs che aumentavano, e ognuno faceva i suoi calcoli...
Le ragazze pensavano al completamento della dote, le donne ai grumai e a lis braghessis dai fruts, i zovins ad una magra paga, i oms si auguravano che, forse, era finalmente arrivato il momento di gambiâ, par Nadâl, la mude di sposo, zirade e ribaltade plui voltis dal sartôr.
Il capofamiglia pensava all’affitto dei campi, ae prediâl di pajâ, al debit di saldâ cun siôr Meni…
Lis feminis sotanis, che aiutavano i contadini a seselâ, avevano il diritto di spiulâ nei campi solamente nel giorno della mietiturapassando avanti e indietro, chinandosi a raccogliere tutte le spighe rimaste.
Quelle senza gambo le mettevano in una gran tasca dal grimâl, le altre erano legate in mazzetti che sembravano bouchets.
Quando con la preziosa merce caricata sul cjaruç o su la cariole, andavano alla trebbia, aspettavano pazientemente il loro turno, tra un contadin e chel altri.
A lis sotanis non si faceva pagare la muldure, parte del grano che spetta a chi trebbiava, e si allungava l'operazione sì da permettere loro di scopare tutto il pavimento e tutti gli angolini della macchina trebbiatrice.
“Cui che al refude il pan
al è piês di un cjan”

Impressa nella memoria di tutti, ecco quei volti rugosi che, mentre tornavano a casa con quel prezioso carico, sprizzavano contentezza.
Il pane, quindi, era sacro e un racconto terrificante, tramandato oralmente di generazione in generazione, ricordava ai bimbi che, se a vessin strassât ancje un fruçon di pan, di muârts, lu varessin vût cirût cui dêts impiâts come cjandelis…
Che cosa direbbero i nostri vons se sapessero che, oggi, ogni giorno a Milano, si buttano nei cassonetti delle immondizie oltre cinquecento quintali di pane?
Piangerebbero lacrime amare!