logo

di Magda Minotti

Disegni e testo di Magda Minotti                  

 

LA NOSTRA TRADIZIONE
e LA MAGICA NOTTE DI SAN GIOVANNI

Il solstizio d’estate (21/6)  coincideva con san Luigi Gonzaga , protettore della purezza e, in quel giorno così lungo, i vons dicevano:

     “Tal dì di Sant Luigji,
       si po lâ fin a Parigji ” Pochi giorni dopo San Giovanni (24/6) era ricordato con gran venerazione.  Secondo la leggenda, si credeva che il santo girasse nella ”sua” notte a benedire i campi, le montagne, il mare e tutti gli animali con il suo sangue che si trasformava in rosade dalle minuscole, preziose e sacre gocce. (1)

 

In questa sacra notte, molti erano  i ragazzi e le ragazze che  si recavano nei prati e, svestendosi completamente, si avvoltolavano nell’erba affinché la rugiada caduta desse vigore e salute per tutto l’anno.
Nella notte di san Giovanni anche  tutte le acque, oltre ai fuochi,  avevano poteri e virtù magiche e salutari. Soprattutto a  mezzanotte, gli elementi della natura tra cui l’acqua (fonti, fiumi, mare, laghi etc.) ed il fuoco, acquisivano poteri straordinari.
Altrettanto valeva per le erbe, le piante, le montagne  e tutti gli elementi della natura erano dotati di una  grandissima forza magica.
Fin dalla notte dei tempi, il periodo delle giornate più lunghe dell’anno, quando la natura era nel massimo del suo rigoglio e le colture avevano  bisogno di un andamento meteorologico più che mai favorevole, gli uomini  cercavano di scacciare  le forze  e gli esseri del male, attraverso riti propiziatori in cui l’acqua ed il fuoco si congiungevano.
Il fuoco o meglio i fuochi di san Giovanni Battista, possono essere collegati, per la loro caratteristica “purificatrice”, ai fuochi dell’Epifania.
Tra essi, però, c’è una differenza. Questi ultimi sono accesi in qualche campo coltivato, mentre i fuochi di san Giovanni sono accesi nei crocicchi o su un’altura e, per   depurare l’aria da ogni cosa legata agli esseri malefici, in Carnia si usava lanciare lis cidulis.(2)
I fuochi epifanici sono destinati a propiziare la fecondità dei campi, mentre quelli del solstizio estivo sono destinati a proteggere le influenze atmosferiche dannose sia legate agli esseri malefici (streghe, ecc.), sia  alle  avversità atmosferiche vere e proprie,              quali grandine, siccità...
E’ interessante notare che questi riti estivi  sono presenti solo in determinati luoghi    d’ Italia, d’ Europa e del nord dell’Africa, per cui si pensa che essi siano “resti” di riti antichissimi  mantenutisi solo in alcune zone.
Si sa che i Romani festeggiavano il solstizio estivo, giorni della massima luce,  con grandi onori per le dee Cerere (dea della fecondità dei campi ) e Fortuna (dea dell’abbondanza che presiedeva  alla fecondità della natura, della vita umana e del benessere dell’uomo), ma le tradizioni della nostra terra per queste notti dell’anno derivano, forse,  dai riti ed agli usi dei Celti.
Essi, infatti,  vissero in Friuli dal V secolo a.C. al IV secolo d.C.  e, attraverso i loro sacerdoti, i Druidi, depositari del sapere, hanno tramandato le celebrazioni di riti e di feste legate ai cicli stagionali ed all’astronomia..
Queste grandi feste erano  quattro. (3)
Quella che si ritiene  legata ai fuochi di san Giovanni, probabilmente  deriva  dal grande ciclo di feste che iniziava il primo maggio e  prendeva il     nome di Beltaine che significa “fuoco di Bel” o “grande fuoco” ed era probabilmente, dedicata al dio Belenos.
I Celti accendevano i falò in mezzo ai quali un palo rappresentava la quercia sacra. Poi, attraverso essi, facevano passare i capi di bestiame in modo tale che, purificati dal fuoco, fossero  protetti dalle malattie.
I Druidi accompagnavano queste cerimonie da sacrifici con cui  invocavano anche un anno fruttuoso.
E’ bello ora tornare con nostalgia alla nostra infanzia, quando eravamo affascinati dai fûcs di Sant Zuan, ma anche dai fuochi… naturali di quella notte: le lucciole  dalla luce intermittente  prodotta  dalla luciferina ( lusignis, mariutinis, avemarîs, moscjis di Sant Zuan  o, semplicemente,  sanzuanis):

 

Lusignute ven culì
‘zuarin fin a misdì.
Ti darai polente e ûs,
ma tu impie la tô lûs.
Fûr l’è scûr di lune,
il frut al è te scune,
la mari a cusinâ,
il pari a ristielâ,
la none in ciadreòn
e jo bessôl in t’un ciantòn!

 

Notte magica e santa quella di san Giovanni, ma  anche  notte del Sabba.
Secondo la tradizione, la figlia di Erode, avendo voluto la morte del Battista, si trasformò, per punizione di tale delitto,  in strega.
Lei con tutti gli esseri infernali e le altre streghe malefiche guidate dalla dea silvana Diana, in questa notte si riunivano in luoghi ben precisi o nei quadrivi vicini ai paesi o ai nuclei abitati.
Alle prime luci dell’alba, con il primo rintocco delle campane, ecco che i maligni si disperdono similmente a quanto  ricordato in musica da  Moussorgsky, nella sua  stupenda “ Una notte sul Monte Calvo ”. 
Tra questi luoghi, la tradizione vuole ci sia  la foresta di Brucken in Germania, la radura di Benevento, il monte Calvo.
Nel nostro Friuli si ricordano il monte Sarte, il Canin, la busate dai corvaçs vicino a Torlano, ma soprattutto il monte Tenchia, sopra Cercivento.
Per recarsi ai Sabba o alle Tregende, le streghe  facevano bollire con riti speciali in un calderone che tenevano sempre nascosto, le “loro” erbe, raccolte la notte di san Giovanni.
Si svestivano e con quelli “unguento” si ungevano le giunture delle gambe, delle braccia, il palmo delle mani e dei piedi e così potevano salire  per la cappa del camino, dove le attendeva un diavolino che le portava nel luogo dove dovevano praticare le loro stregonerie  o i loro raduni.
Pare che dopo essersi unte, esse potessero cavalcare la scopa e che questa le portasse in aria come fosse un ippogrifo.
Contro le malie delle streghe potevano essere usate anche erbe o rami raccolti nella sacra,  notte di san Giovanni e, quindi,    molteplici e varie sono le tradizioni  e le pratiche divinatorie legate alla notte  tra il 23 e il 24 giugno.
Si credeva che in questa notte, come in quella del santo Natale, gli animali parlassero e come nel solstizio invernale, a mezzanotte non si doveva andare nelle stalle.
Solo al mattino vi si poteva entrare portando alle bestie un fascio d’erbe benedette dalla rugiada sacra che le avrebbe preservate dai striaments e dai mai.
In questo periodo, inoltre, vista l’importanza che avevano i prodotti della terra  per l’economia familiare, aveva grandissima importanza anche l’aspetto meteorologico.
In alcune zone della pianura si portavano in chiesa per propiziarsene il raccolto, alcune piante di granoturco fatte crescere precocemente
La stessa cosa avveniva con le spighe di grano che stava per essere mietuto:

“Sant Zuan
cun la sesule in man ! “

“A Sant Zuan,
vin e pan “

“A Sant Zuan,
la blave e tapone il cjan ”

“A Sant  Zuan, jentre il most te ue ”

”Il timp che al côr a Sant Zuan,
al côr dut l’an ”

 

Molti interravano due piantine, quasi sempre di fagioli, che rappresentavano il bene ed il male.  Secondo la loro crescita,  si traevano  gli auspici sia per il raccolto, sia per il futuro in genere.
Sapere in anticipo quello che sarebbe accaduto era ambito da tutti, per cui le credenze legate a ciò erano molto sentite e radicate.
Tra queste ce n’era una  che assicurava a colui che avesse   guardato  con intensità l’acqua  su cui era  caduta la sacra rugiada,  d'avere apparizioni profetiche, allo stesso modo in cui  san Giovanni aveva profetizzato la venuta di Gesù.
Molteplici inoltre, erano in questa notte  gli esperimenti legati alla vita amorosa e, per favorirli, nel pordenonese c’era un detto che recitava:

“Tute le tose che se gà de sposar,
san Giovanni el gà da pensar!”

ma, in ogni dove si pregava:


“San Giuvani Batista
apostolo Evangelista
protetor de le vedovele
paron de le donzele
Vù che semenè per tuti,
semenè anca par mi
che doman savarò
chi sarà mio marì”.
e si pregava…
San Giovanni,
Voi che siete un santo
fatemi sognare
chi ho da sposare.
Fatemelo vedere, in acqua corrente,
in fuoco ardente
in un tavolo preparato
in un letto governato!

 

Gli esperimenti  più comuni erano quelli in cui  i  fantats  e lis fantatis  mettevano un quadrifoglio sotto l’orecchio o tre fagioli sotto il cuscino, per sognare e sapere  con chi  si sarebbero sposati.
Era molto praticata anche la prova della “fede” con la vera di una donna maritata.
Il cerchietto era legato con uno dei propri capelli e tenuto a mo’ di pendolo sopra un bicchiere vuoto. Dal numero dei colpi che la vera dava al bicchiere, si traevano deduzioni sugli anni d’attesa per sposarsi, sulla felicità o meno…
Le ragazze per poter avere l’apparizione del futuro sposo  a mezzanotte precisa, sbattevano la tovaglia o scopavano gli angoli della cucina o mettevano in croce la calze…
Grandi e piccoli, in ogni modo,  mettevano  il  bianco d’uovo in un bicchiere d’acqua esposto alla rugiada notturna. In tale modo si sarebbe potuto vedere   il  proprio futuro nei filamenti de barcje di Sant Zuan:

 

“Te vilie di Sant Zuan (23/6),
aghe e clare sul barcon,
l’albe tal doman,
ti dirà se biel, se bon!”

 

In alcune zone del Friuli, per avere maggiori certezze sui pronostici,  si ripeteva l’esperimento le gnot  di Sant Pieri.
Un'altra  pratica da farsi in quella notte dalla sacra rugiada, era  quella di raccogliere (zumâ) fiori e  jerbe di Sant Zuan con cui si facevano chei macs che appesi in casa o nelle stalle,  avrebbero protetto non solo dai malanni sia gli uomini, sia gli animali.
A quei tempi  ci si curava da soli usando ciò che la natura offriva.
Particolare attenzione, quindi, era rivolta alla raccolta  de camomile e  delle  piante (4) officinali  in genereil cui potere medicinale, aumentato dalla rugiada sacra, sarebbe  stata  una panacea.

 

Ma, la rosade di Sant Zuan

 
 

La rosade di san Zuan

 

“Dongie la vile di Morùz in tun pradissìt a pîs des colinis, al è un cocolâr che al à une vore di ains.
Si viodilu di lontan parsore dute la campagne e su lis radrîs che iessin de tiare gropolosis e scuris, si po’ sintasi in ombrene.
‘E ven primevere: fine e fres’cine ‘e salte fûr la iarbe pal prât, si sblancizin lis cisis e i pomârs de coline ‘e sflorissin che pâr une  neveade: ma il cocolâr sut, indurît pâr che nol vedi né umôr né vite.

 

Ven l’istât: svolin ciantànt i uceluz tal folt de campagne, ‘e ie alte la iarbe dal prât e, parsorevie a secònt de bavesele ‘e spachin lis lor semenzis iu i frosc’ del squâl, ma il cocolâr né che al bute né che al mene e  al è ancimò inrimpinzinît, neri e ruspiôs come che al fòs inglazzât in te so scusse d’unviâr.
Il viandànt ch’al passe par lenti, al ciale chel brut arbossat e al dîs:
“ Butailu fûr, fait tantis stielis e che al vadi sul fuc. “
Ma il contadin dal paîs che da une man di ains al è usât a vedelu, al rispuìnt:
“ Lassàit che vegni la rosade di San Zuan! “
‘E ven la gnot di San Zuàn. ‘E ies la int des ciasis e si sparnizze pei prâs e pes colinis a piâ la rosade. Distirâz te iarbe a lusôr di lune, cui prée, cui ciante, cui conte la storie dal sant. Avodât dal pari a prediciâ la redenziòn devànt di Erode re, san Zuàn al difindive il so pùor paîs.
San Zuàn diziun e nût nol veve paure a condanâ i peciâs di Erode in trono. Lù àn mitût in preson, ‘i àn taiât il ciâf, ma la so peraule ‘e iè restade.
In  te gnot di San Zuan il cocolâr di Morùz al bute fûr lis fueis e  al  imanie lis còculis.
‘E iè ché la rosade che à  virtût di falu menâ, ma ancie in ché gnot il squal al piart dute la so semenze.
‘E si dîs che sedin i ciavalùz dal diaul che vegnin a spacâ iu frosc’ par mètisi vie la vene. Il squâl al è lizerìn, al volte fazze di dutis lis bandis secònt che al spire il vint. La rosade di San Zuan che fâs vivi il cocolâr ‘e iè tuessin pal frosc’!
Int senze coragio che vês paure a dî la veretât, int timide e vîl, no stait a lâ fur in ché gnot, parcè che su la tiare in ché gnot al è il sanc di san Zuan che al cole in rosade.”         Caterina   Percoto

                                            
note:

(1) Come nella Pasqua ebraica il sangue dell’agnello era usato per “segnare” le porte delle case, così il sangue del Battista cade sulla terra come rugiada benedetta, nella notte tra il 23 e il 24 giugno.
Giovanni ancora fanciullo, si ritirò nel deserto e si nutriva di locuste e miele selvatico. Predicava la penitenza e così la sua fama di nuovo profeta divenne talmente grande che anche Gesù andò da lui per farsi battezzare. Giovanni  Battista lo   indicò   ai discepoli con le parole: “ Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. I suoi seguaci restarono delusi ma Giovanni, consapevole di essere stato chiamato a preparare la via del Signore, aggiunse parole che sono divenute altissime per la loro forza misteriosa:” Occorre che egli cresca e che io diminuisca”.
Gesù allora, gli rispose:”In verità vi dico: tra i nati di donna, non c’è nessuno più grande di Giovanni Battista”.
La sua grandezza stava nel fatto che egli era veramente forte e combattivo nelle e per le cose giuste. Egli condannava pubblicamente re Erode perché viveva in concubinaggio con Erodiade, moglie del fratello e, così, fu fatto imprigionare.
Erodiade istigava Salomé, figlia di Erode, alla vendetta. Così la ragazza, dopo aver inebriato danzando coloro   che il padre  aveva invitato alla festa del suo compleanno, ebbe la possibilità di chiedere in  premio ciò che desiderava di più.  La giovane chiese, con gran soddisfazione di Erodiade, la testa del Battista che le fu portata su un vassoio d’argento…   

(2) rotelle d’abete o faggio forate nel centro che erano poste su un gran fuoco. Appena queste erano ardenti, un ragazzo ne infilava una su un bastone, la faceva girare sopra la testa e gridava: “Vadi cheste cidule in onôr  di…- in questo caso- san Zuan”.Faceva poi in modo che la rotella, staccata dal bastone, dopo una parabola più o meno alta, scendesse a balzi giù per il dirupo o per la costa del monte. Al momento del lancio, si sentivano scoppi d’archibugio dall’alto del colle, ai quali rispondevano altri colpi dal piano tanto più numerosi, quanti erano coloro che volevano onorare il nome del santo.

(3) Le scadenze fondamentali del ciclo della natura e, quindi dell’anno celtico, erano quattro:
-Samhain ( I novembre, data che segnava l’inizio dell’anno);
-Imbolc (1° febbraio, data che segnava il passaggio da 1° febbraio l’inverno alla                       primavera);
-Beltane ( dal 1° maggio al solstizio d’estate, quando si celebrava il risveglio della primavera);
-Lughnasa (1° agosto, data della festa del raccolto).

 

 

 

(4) Tra le erbe con virtù corrette e da utilizzarsi anche per difendersi da streghe e stregoni c’ era:l’aglio che allontana streghe e stregoni;l’assenzio che oltre a far digerire, non permette al diavolo di entrare nel corpo di chi assiste  a un esorcismo;la barba di capra o sparc di mont che imitano le scope delle streghe e orchi;il bosso che serve a tener lontani gli esseri malefici poiché serve a fare croci  e immagini di santi;     -   il caprifoglio o ue di Sant Zuan che seviva contro i malfici delle streghe                     rivolti agli alberi da frutto ( malattie, insetti…);erba strega o betoniche  che è eficacissima contro le streghe, se raccolta                                                                                                         durante la notte di s. Giovanni;
  • euforbia il cui succo permette di vedere le streghe;
  • finocchi con cui, al tempo in cui erano esseri buoni, i benandanti combattevano le streghe e benedicevano i campi;
  • ginepro che con il suo profumo allontana i serpenti e se bruciato, con il suo fumo porta in cielo le preghiere;
  • l’iperico o jarbe di sant Zuan o jarbe di ogni mâl o sanc dal Signôr. E’ l’erba  che assolutamente non deve mancare  nel mazzo di san Zuan e, seccata si metteva anche nei cassetti dell’armadio per proteggere la casa. Appesa  sulla porta della stalla o della casa o nella camera nunziale, proteggeva dalle stregonerie. I suffumigi con l’erba bruciata erano ottimi per cacciare dalle case che avevano infestato, tutti gli esseri malefici.
 I fiori benedetti dell’iperico, assieme a tre foglie d’ulivo benedetto chiusi un     un pezzetto di seta rosa o verde con un foglietto ben piegato su cui si scriveva qualcosa, costituivano un potentissimo talismano: il scrit.
Il suo potere era eccezionale se la seta era ricavata da una stola.
  • il nocciolo o noglâr che era usato anche per cercare l’acqua. Si crede                
fiorisca la notte di Natale e, per questo, è creduto la pianta delle fate.
In Carnia con i suoi rami benedetti il giorno di san Giovanni, si costruiva il    
Grop di Salomon.
  • l’ulivo o ulîfle cui fogli si bruciavano sia durante i temporali, sia nelle  
stanze in cui si allevavano i bachi da seta. Si appendeva un ramo nelle stalle e nelle camere da letto per essere protetti dalle malie.
  • il viburno o paugne dai fiori bianchi. La notte di san Giovanni oltre ai fiori,       
si faceva benedire dalla rugiada anche un suo bastoncino che divenuto magico, serviva a cacciare le streghe. La “bacchetta magica” appesa alla porta di casa o della stalla, protegge dai malefici. Era usata anche per “battere i vestiti degli indemoniati e a Cercivento, questa cerimonia avveniva sempre il giovedì ( giorno in cui si riunivano le streghe) tra le 23 e mezzanotte. La “battitura” avveniva  tra fumigazioni di foglie bruciate d’olivo benedetto e rametti di ginepro e accompagnate dalla recita di preghiere e formule magiche.
Molte altre le erbe   che componevano il mac di san Zuan e tra esse ricordiamo la rosa comune, il rododendro, il sambuco, la margherita…..Le principali erbe delle streghe, invece, erano:
  • la clematide o blaudin che veniva usata dalle streghe per fare corde;
  • la fava   o fave che veniva considerata la pianta dei morti ed un tempo in Friuli era diffusa l’abitudine di mangiare la minestra di questo legume, il 2 novembre. Un tempo le fave servivano a fare il sortilegi per far morire le persone odiate.
  • la felce o felet con cui le streghe si sfregano le mani per poter condurre le nubi cariche  di grandine dove vogliono.
  • il fico o figâr è considerato l’albero maledetto perché pare che Giuda si sia    impiccato su uno di questi alberi. I diavoli e le streghe prediligono in assoluto ripararsi all’ombra delle sue fronde;
  • la logliarella o scuâl le cui sementi sono raccolte  dai diavoli  e streghe la notte di san Giovanni per darle  al posto dell’avena, ai loro cavalli.
  • il noce o cocolâr è l’albero sotto il quale le streghe vanno a fare le loro tregende e, per questo motivo anche in Friuli, è ancora conosciuto il noce di Benevento. Secondo la tradizione è pericolosissimo  sdraiarsi e riposare sotto questi alberi specialmente il giovedì, perché le streghe sono appollaiate sui loro rami e da lì stregano il malcapitato;
  • la parietaria o frignacule, jarbe di mûr è usata dalle streghe per ammmaliare ed è di pessimo auspicio  se passando vicino a questa pianta, alcune delle sue foglie si attaccano ai vestiti.
  • la saggina o soròs di scove  che serviva alle streghe sia per fare le scope,
sia per combattere i benendanti quando questi erano considerati esseri benigni.
  • il pino montano o pinla cui pece è raccolta dai diavoli e dalle streghe per  
farne candele con cui illuminare i sabba e le tregende.
Altre erbe da streghe erano la rosellina di macchia o garoful di strie, il trifoglio o cerfuei, la verbena….Bibliografia:
  • Leggende di streghe friulane  di A. Del Fabro ed. Demetra
  • Tradizioni popolari in Friuli di A. Ciceri  ed. Chiandetti
  • Le streghe nelle credenze popolari del Veneto e del Friuli di V. Osterman ed. De Bastiani
  • Appunti di storia delle tradizioni popolari di G. Perusini  Univ.Studi di Trieste
  • I Celti di A. Cerinotti ed. Demetra
  • Enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia ed. Istit. per l’Encicopedia del F.V.G.
  • Demoni e streghe di E. Merlino e. Marini               idem
  • Antologia Friulana di G. D’Aronco ed. Aquileia
  • Pagine Friulane ed. Del Bianco
  • Proverbi friulani di Beltrame/ Mattalone ed. Giunti