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di Magda Minotti

29 giugno
Santi
PIETRO PAOLO



Il ventinove di giugno, un tempo festa comandata, si ricordano i santi Pietro e Paolo (1).
E’ strano, però, vedere che la religiosità popolareconsidera il vero festeggiato solo Pietro ritenuto, come il “gemello” san Giovanni Battista, santo del solstizio d’estate.
Anche san Pietro acquista la funzione di “aprire alfuturo” e, per sapere come sarà il tempo nel semestre successivo si mette, come per la festad di san Giovanni, una chiara d’uovo in un contenitore trasparente.
Se durante la notte tra il vent’otto ed il ventinove del mese si forma “la barca” con le vele, il corso della stagione sarà buono, altrimenti…
Cosa fondamentale, però, è che l’acqua deve essereassolutamente quella contenente la sacra rugiada della notte di san Giovanni e ciò, a sottolineare ancora il forte il legame tra i due santi del solstizio.
Le notti che vanno tra san Giovanni e san Pietro sono, come vuole la tradizione, notti da…strega.
Le striges degli antichi romani, uccelli simili al gufo dall’ enorme gozzo che riempivano del sangue dei lattanti rubato nelle culle, nel medioevo ”assunsero” volto ed aspetto umano o, meglio, di donne che, la notte, divenivano laide e repellenti e, nei Sabba, fornicavano con i diavoli.
Le comandava Salomè e facevano parte della “Societàdi Diana”.
Per altri le streghe, invece, erano al comando di Erodiade e la credenza popolare, più recentemente, aveva sostituito Salomè o sua zia Erodiade, addirittura con la mari di Sant Pieri.
Vecchiaccia sordida e invidiosa che, tornata all’inferno a causa della sua invidia, provoca lampi, tuoni, saette, le famose tampistis de mari di Sant Pieri o burlaç di Sant Pieri, acquazzoni abbondanti che rompono la calura e che la meteorologia contadina voleva per la festività di Pietro e Paolo.(2)
Il ventinove giugno rappresentava anche il termine della mietitura e i nostri vons avevano già provveduto ad ammucchiare il forment in un posto sicuro e asciutto.
Intanto nei campi:


“ A Sant Pieri,
la blave e tapone il puieri ”


Ed ancora, questi giorni erano considerati gli ultimi per fare le semine dal cincuantin (così detto perché cresce e matura in cinquanta giorni) che, pur essendo un granoturco scadente, nell’economia familiare era tenuto in molta considerazione. Era usato, infatti, per l’alimentazione degli animali e, soprattutto, per quella del maiale nei suoi ultimi mesi vita, affinché le sue carni divenissero più sode e gustose.
Un altro “prodotto” di cui si parlava a san Pietro e Paolo, era il miele.
Questo era l’ultimo periodo in cui si potevano ancora catturare gli sciami delle api, poi non ne sarebbe più valsa la pena.
Un tempo, si affermava che lo sciame migliore per la qualità del miele era quello del mese di marzo, sciame d’oro, seguiva quello di maggio, sciame d’argento, ed il terzo, quello di san Pietro, era definito sciame di piombo.
A proposito di api, una leggenda racconta che san Pietro, per vendicarsi di una puntura d’ape, le abbia ammazzate tutte.
Nella credenza popolare, il santo ha fama di essere vendicativo, ma meno di sua madre che, tra l’altro, era la superbia e l’invidia in persona!
Abbiamo visto che Pietro è, secondo la tradizione popolare, il santo più sentito del ventinove giugno a scapito di Paolo, “trascurato” anche nelle numerosissime favole e leggende legate alla nostra terra. Solo san Pietro e Gesù (il Signôr e Sant Pieri), ne sono i veri protagonisti:
di san Paolo solo pochi cenni (3).


NOTE:


(1) Sul colle del Quirinale in questo giorno, gli antichi Romani celebravano il dio sabino Quirino, assimilato fin dal III sec. a.C., a Romolo. Secondo una tesi della studiosa Guarducci, in Quirino si festeggiavano Romolo e Remo, fondatori di Roma (21 aprile 753 a. C.).
I cristiani s'ispirarono a questa festa per trasformarla in quella solenne dei “fondatori della nuova Roma”.
Così fu stabilito da papa Leone Magnoche, verso la metà del V secolo, proclamò: “Quelli sono i santi padri tuoi, o Roma, e i veri pastori che ti fondarono meglio e più felicemente di coloro per opera dei quali, fu stabilita la prima fondazione delle sue mura”.


Ed ora conosciamo un po’ i due santi.



Pietro si chiamava in realtà Simone ed era figlio di Giona e fratello di Andrea.
Erano tutti pescatori sul lago di Tiberiade, nonché seguaci di Giovanni il Battista.
Un giorno Andrea disse a Simone che, finalmente, avevano trovato il Messia.
Simone seguì il fratello e, appena Gesù lo vide, gli disse:
Tu sei Simone figlio di Giona, ma io ti chiamerò Cefa che significa pietra”.
E un altro giorno aggiunse:
Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa. Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli e quello che scioglierai sulla terra, sarà sciolto in cielo”.
Dopo la pesca miracolosa, Gesù lo invitò: “Seguimi. Ti farò pescatore d’uomini”.
Pietro seguì Il Messia durante tutta la predicazione, ma non era presente sul Calvario, forse perché si riteneva indegno per aver rinnegato Gesù dopo il processo che lo condannò a morte.
Dopo la Resurrezione, però, Gesù gli ordinò: “Pasci i miei Agnelli” e Pietro divenne il capo degli Apostoli, forse per la sua gran fede:“ Tu sei Cristo, figlio del Dio vivente…” “ ...Da chi andremo, se lasciamo te. Tu solo hai parole di vita eterna”.
Seguendo la chiamata di Gesù, arrivò a Roma dove morì crocefisso con la testa in giù, perché non si sentiva di morire come il suo Maestro.
Nell’iconografia, san Pietro è sempre raffigurato con una o più chiavi in mano poiché è considerato il “gran portinaio dell’eternità”.


Paolo, che in realtà si chiamava Saulo, non è annoverato tra i dodici Apostoli, ma può essere considerato tale perché sulla via di Damasco (Siria), egli vede Cristo e scopre la sua vocazione e la sua missione.
Egli, in nome della “legge ebraica”, aveva perseguitato i primi cristiani.
Aveva assistito alla lapidazione di santo Stefano (26 dicembre: primo martire cristiano) e, durante questo supplizio, proprio Paolo teneva le vesti dei carnefici (act. 7,58).
Secondo san Luca:“Saulo, poi, cercava di mandare in rovina la Chiesa; irrompeva nelle case, ne trascinava via uomini e donne e li gettava in prigione (8,3); si adoperava in tutte le sinagoghe per costringere i Cristiani a bestemmiare (Act. 26,11)” .
Mentre si recava a Damasco attorno a Paolo, soldato romano, rifulse una luce dal cielo e: “Chi sei, o Signore?”,” Io sono il Gesù che tu perseguiti. Ma alzati ed entra in città, lì ti sarà detto cosa devi fare”.
Gli uomini che viaggiavano con lui rimasero attoniti, udivano la voce ma non vedevano nessuno. Saulo si alzò da terra ma, sebbene i suoi occhi fossero aperti, non vedeva niente (Act.9,3-9).
Dopo tre giorni di cecità, andò da Anania contro ilquale era venuto a portare minacce e strage. Si fece battezzare accettando tutte le verità che da buon ebreo, aveva combattuto.
Ritornò a Gerusalemme (45 d.C.) e da lì cominciarono i viaggi di Paolo, in compagnia di Barnaba. Egli raggiunse Cipro, l’Asia Minore e si fermò ad Antiochia.
Passò in Grecia dove, nell’Areopago di Atene, tenneun discorso che era mirabile esempio di catechesi per persone colte.
Poi si recò ad Alessandria, Mileto, Efeso, Tiro, Cesarea.
Nel 58 d.C. a Gerusalemme, fu fatto prigioniero durante un tumulto organizzato contro di lui dai Giudei. Fu incarcerato per due anni e si rifiutò di accettare il giudizio in Gerusalemme poiché, quale cittadino romano, doveva essere giudicato da un tribunale imperiale.
Non si sa molto della sua fine: la tradizione vuoleche egli sia stato decapitato nel 67 d.C. alle Tre Fontane di Roma e che sia stato sepolto sotto l’attuale Basilica della via Ostiense.
Paolo è considerato “missionario” per i suoi infaticabili viaggi e per il suo epistolario (ci sono arrivate, delle tante, solo quattordici lettere), dove sviluppa i grandi temi del cristianesimo.
Il culto dell’apostolo si è diffuso tra le genti e l’iconografia lo rappresenta spesso con una fune tra le mani, perché egli si guadagnava da vivere facendo il tessitore di stuoie (act; 18,3). A volte è rappresentato con il canestro, simbolo della fuga da Damasco o con la spada, segno della sua decapitazione.
(2)Una leggenda parla, come accennato in occasione dell’acquazzone di san Pietro, dell’invidiosa madre del santo la quale, a causa di questo suo difetto che mantenne anche da morta, fu fatta precipitare nell’abisso più profondo dell’inferno.

“COME LA MARI DI SANT PIERI” Raccolta da Dolfo Zorzut (Cormòns), qui riportata integralmente e nel friulano dell’epoca, da “Antologia friulana”di Bindo Chiurlo (Ed. Libreria Udinese Editrice 1927), questa flabe è molto conosciuta in Friuli, dove un detto comune recita: ”Invidiôs come la mari di Sant Pieri”.


“Une dì san Pieri al scomence a sbrundulâ come ‘l mal timp; al bute li clâs cuintri la puarte dal Paradîs e rabiat come un danat al sberle:
- Malandret ance ‘l miò mistîr! A mi mi tòcin, simpri a mi di chistis…!
Chei santuz che son alì sul puiul a ciapâ ‘l cialt dal soreli scrofaz sence fâ nie, ti lu sìntin a malignâ. Un di lor gi dis:
-Ce âstu Pieri, che tu sês ros come un gial?-
-Lasset stâ i giai voaltris- al rispuint san Pieri-jo che ài fat tant dal ben ta chel altri mont, che ài tant pridiciat, che ài sfadiat e strussiat come un mus par ciapâ lis animis e menâlis su la buine strade, ài di viodi me mari ancemò tal unfiar; no vuarês che mi vegni l’anime nere, orpo e là! Un altri santut al murmuie:
- Ciò, Pieri, no stâ ruzinâ par dibant; se to mari jè lade tal unfiar, ûl dî che si la jà meretade; duc’ a san che jè stade une invidiosate epo’ an d’ài ance jo un grum di parinc’, ma no mi impuarte une pipe di lor, ance seti son tal unfiar: jo sôi in Paradîs e baste
- Tâs, tâs tu, ce? ! tu un puer santut, metiti cun t’un santon come me? Se jo no vuei, nissun nol entre ca’ dentri !
E cussì san Pieri al ti va simpri plui in vipare.
Intant su la puarte si à ingrumat un grum di beaz, che vuelin entrâ e stufs di spietâ mòlin puins e pidadis ta puarte.
Ma Pieri:
- Batet, batet, che ‘l folc us trussi, magari fin a la cunsumazion dai secui, che jo no viarzi a di nissun, se no mi fasin prime justizie!
E disìnt cussì al mole une pidade a li clâs che di bot di bot no ti ròmpin une giambe a di un puer santut.
A viòdilu in chel mût i santuz, plens di paure, còrin drenti e tòrnin fur, chist cu la chitare, chel altri cul liron, un cul viulin, chel altri cu li cavartoris e zum-zum-, zum-zum, zum-zum, si metin a sunâ une furlane par calmâsan Pieri. Ma dut chel tananai nol zove propri nie e i santuz di balìn a corin vaìnt là dal Signor e gi contin ce che a gi toce di viodi. E ‘l Signor riduciant a gi dis:
- Ma ce bacilaiso! Che ‘l tontoni tant che ‘l ûl san Pieri, al finìs ben di tontonâ, e po’ no vìn propri tante dibisugne di lui. Sint, Ignazi!
- Ignazi, di cumò indenant tu fasaras tu di purtunîr!
- Ma, Signor, orpo, in ce bal che…jo, un puer santut,’gnorant, jài di vê di fâ cun dotors, avocaz, professors, vescui, papis: po’, lormi metin tic e tac tal sac cun chê sience!
- No stâ vê paure tu, Ignazi, che i studiaz no rivin cassù; si fermin duc’ quanc’ a mieze strade. Tu viodaras ben: giachetis di regadin, barghessis curtis fin ai zenoi, contadins po’: eh! Tu ju cognossis pur!
- Po’ ben, po’ ben, cun chei m’intindi sì!
E sant Ignazi al va là di san Pieri:
- Pieri, dàmi li clâs, al ûl el Signor!
- Ciapilis e rangiti!
Sant Ignazi al viarc’ el puarton e sence nance cialâ la bolete che devin vê par podê entrâ in Paradîs, al lasse entrâ duc’ quanc’, baste che ti vèdin giachetis di regadin. E a pletons ti càpitin drenti contadins e contadinis sberlant come danaz e contansi di vacis e vigiei, di purciz e di blave e, cence di nè eri nè vastu, si metin a fâ un davoi dal diau.
In t’un par di zornadis l’è plen il Pardis di înt.
- A ùlin entrâ ancemò, ma dulà vîno di mètiu?! Ah! soi futut! al pense sant Ignazi.
San Pieri al viot dut quant e al rit sot coz.
- Par no salvâ mé mari, tante confusion! tante înt vignude in Paradîs che à za dade l’anime al diau. Ah! ah! ben gi sta, la jàn vuarude! La veso nasade, tocs di salamps!
Sant Ignazi, sudat come une razze, nol pôl tignî plui dur e al cor là dal Signor:
- Signor, Signor, jè vignude drenti tante di chê înt che nol è plui puest ca drenti: ce âo di fâ jo cumò!
- Plen el Paradîs?! Vèvino mo’ la bolete ?
- Ma jo, veh, sai di bolete! Jerin pur duc’ contadinse…
- Svelt, svelt, clamimi ca Pieri, digi che ‘l vegni subite, jàstu capit?
E san Ignazi dut dafarat:
- Pieri, Pieri, ti clame ‘l Signor!
- Eh! mi pareve; anìn, anìn a viodi ce che ‘l ûl vê.
E giangiant al rive denat dal Signor che gi dis:
- Ciò, Pieri, ciape in man lis clâs dal Paradîs!
- Po’ nance par idèis, se prime mé mari no ven fur dal unfiar!
E ‘l Signor al pense un pôc a po’ al dis:
- Ma, Pieri, to mari tu sâs pur parcè che jè laiù; ciò, fin cussì: duc’ chei che jàn su l’anime ‘l peciat di to mari l’è just che ance lor càpitin cassù; ben chei si piciaran ‘tor li sos còtulis; e cussì in grop dovarà vigî cassù; se no, no.
- Ma jo, Signor…jè je mé mari e…
- To mari su, to mari jù: cassù si devi fâ come che fàsin i judiz laiù su la tiare: no ciàlin in muse a di nissun, no si lassin mai crompâ… tu sâs pur.
- Ben, ben, soi content ance cussì!
- Ma tu tu devis prime fâmi lâ fur chiste înt.
- Orpo ce afars ! Cimût jào di fâ…Ciatade!- al dis po’ dut content.
Al fâs tacâ une carete, al mande un talagram in Friûl che gi màndin su subite 300 litròlitros di vin neri e un pâr di ciars ciariaz di balis di zuc.
Fur di chê ciase che jè prime di entrâ tal Paradîs al fâs imbrunî ‘l berarc’ che ‘l devente un zuc di balis di chei…e rivat sù el vin elis balis, al dà un pâr di carantans a di un che ‘l suni l’armonighe.
La înt contadine, a sintî la zigizaine e ‘lbon odôrdi vin, ti va fur a grums e si mètin a zuiâ di balis; e fur e fur e simpri fur che pâr che‘l Paradîs al torni miec’ vueit.
E forsi sarrèssin laz fur ance i sanz se san Pieri nol vès dat tant di clostri al puarton.
- Braf, Pieri- gi dis el Signor- e cumò dovarai mantignî ance jo la peraule.
Cun t’une sivilade al clame un agnul e gi comande di lâ a cioli la mari di san Pieri fur dal unfiar.
I santuz lì ator riduciant sot li mostacis a stan in spiete seneôs di viodi la code.
‘Pene l’agnul l’è rivat laiù, el diau cun t’une force nol ûl lassâlu passâ; ma l’agnul al sberle:
- Che ti colin su la coce cent mil saetis plenis di cent saetuz!
Tal unfiar si sint come un taramot; son li saetis che tìrin sul diau.
L’agnul al svole domandant:
- Mari di san Pieri, dulà sestu?
Ma cor di ca e cor di là nissun no gi rispuint.
Finalmenti si sint une vos come di strie:
- Soi ca, soi ca!
Lore l’agnul al comande:
- Duc’ chei che jàn el peciat di chiste femine che si ciàpin ‘tor li sos còtulis!-
La ciape pa vuarele e la tire fur; a gruns ti capitin fur li animis e come li vuitis sfilzadis si mètin fissis e si tegnin pa cotulis.
- Pesseàit, canais- a sberle je, plene di invidie, par paure che si sàlvin tros-
pesseàit che miò fi lassù nol viot l’ore di viodimi. Agnul, agnul, son za vonde-
L’agnul al spiede un poc, e po’ la tire sù pa vuarele, e sù e sù e sù. Son za donge da puarte dal Paradîs, ma chê invidiosate si met a spacâ li cotulis, a sbarâ i garez e spache che ti spache, une a la volte ches animis tiplombin jù tal unfiar.
I santuz che ti stan in spiete, viòdin che jè piciade dome une ancemò e scomencin a ridi quant che ti sìntin chê femine:
- Jù ance tu, che jo vuei lâ bessole in Paradîs-
E ti la viòdin a spacâ li cotulis come une mate. Chê anime cole jù. Dal lamp al ton la mari di san Pieri a sint che gi dul la vuarele:
- Ahi,ahi!-
Si tache a sberlâ e, deventade pesante, la vuarele si romp in man dal agnul e ‘l so cuarp al cole come un piruc’ tal unfiar.
L’agnul al rive in Paradîs e ridint al mostre e sanPieri chê vuarele e lì duc’ i santuz si metin a ridi, a ridi e a qualchidun dal ridi gi dulla panze, el ten il flat, e no sai tros che la jàn petade ta barghissutis.
- La jàstu nasade, Pieri, che nance tal unfiar no ûl rindisi?!- al dis un santut a puer san Pieri, che voe o no voe al torne a ciapâ in manli clâs e al viarc’ a di chê puare int à dovut spietâ par un pôc di timp lì fur tal fret.


(3) Giorgio Faggin nella sua introduzione al libro “Fiabe friulane e della Venezia Giulia“ tradotte da Carlo Sgorlon, parla ampliamente facendo uno studio sulla popolarità di Sant Pierie, per rilevare ciò, riporta una frase di Chiurloche lo definisce « il nostro eroe popolare».
Anche il goriziano Anton von Mailly, nel 1922, pubblicò, in lingua tedesca, una raccolta veramente interessante di leggende che ora sono state tradotte in italiano e pubblicate dall’Editrice Goriziana con il titolo“ Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie”.
Qui san Pietro e il Signore sono ancora protagonisti, a volte con altri santi, di molte avventure.
Numerose altre sono le raccolte di leggende e favole, vera poesia dai contenuti semplici e legati sì all’immaginario, ma anche all’ambiente ed alla quotidianità dai nestris vons che le tramandavano oralmente, così come facevano per i proverbi e i modi di dire.


I PROVERBI


“La mari di Sant Pieri e je birichine,
une a ‘nt pense e cent a’nt cumbine”
“A Sant Pieri la mari dal sant
no reste dibant”
“A Sant Pieri
la blave e tapone il puieri”
“La mari di Sant Pieri e je birechine,
une e ‘nt pense e cent e ‘nt cumbine”
“Se piove ai santi Paolo e Piero
piove per un an intero”
“Sant Pauli lusint
paie e formint”
“Sant Pieri, Sante Ane, Sant Zuane, Sant Laurinç,
tons, saetis e ploie cul buinç”

 



BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:
- La Sacra Bibbia ed. Paoline
- Santi e contadini di D. Coltro Cierre edizioni
- La Bibbia dei Poveri di Lapucci ed. Mondatori
- Fiabe Friulane di Faggin ed. Mondatori
- Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie di A. von MaillY Ed. Goriziana
- Antologia della letteratura friulana di B.Chiurlo ed. Librereia Udinese 1927
- Racconti popolari friulani (raccolti a Cercivento –Carnia) da A. Nicoloso Ciceri
- Fiabe italiane raccolte da I. Calvino ed. Mondadori