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di Magda Minotti

DOLCE SETTEMBRE

SETTEMBRE: affresco di ignoto del XV secolo- chiesetta di san Pietro di Povoletto

Il tempo prosegue nel suo eterno andare ed ora la natura, pur se ricca, dà i primi segni di dolce stanchezza.
Si assapora la meravigliosa mescolanza di un nuovo autunno con quell’estate che, inesorabilmente, sta spegnendosi dando a settembre un’atmosfera strana, quasi magica.


SETTEMBRE

Dopo chê burascjada
â rinfrescjât la sera;
setembre si vissina
cui fics e l’ua nera.
I dîs a’ si fan d’oru
tun specju di seren,
tra un cori di sisilis
e il bon nulî dal fen.
Al art sul blanc de cjasa
il ros de vît di mûr:
‘a è l’ultima sflamiada
da la stagjon c’a mûr…


Mario Argante 1942


Vive sensazioni che “toccano” i sensi, trasformandosi in profonde emozioni dell’animo. Notte di settembre: abbandonarsi all’emozionante bellezza della natura fino a sentirsi un tutt’uno con l’universo …
Certo la luce di settembre a sera
con oro etereo prende occhi e cuore,
mentre commossa l’ombra tremolando
lenta sull’onde e sulle foglie avanza.


Ecco l’incanto atteso:
teneramente la marina splende
e il cielo con le stelle si avvicina,
la Terra tutto l’universo accoglie,
l’anima sale.


“Oro etereo” d Lelo Cjanton


La brezza mattutina e serale si alterna al piacevole calore del giorno che inebria le corolle des setembrinis dalle stupende tonalità rosa, blu e vinaccia.
Settembre pare una bella e piacevole donna cui compaiono le prime rughe ed i primi capelli bianchi…
Alcune foglie ingialliscono e si lasciano cadere abbandonate ad una folata di vento. Altre attirano la nostra attenzione con il loro rosso Tiziano che, a poco a poco, diviene il caldo marrone, segno del loro finire …
Si respira una serenità rilassata che “spazzando” il sole, fa sentire l’incalzante arrivo dell’autunno, dell’aria più pungente, della scuola…
Ricordo con nostalgia, questo mese nel quale da bambini, vivevamo intensamente gli ultimi giorni di vacanza. La scuola ci avrebbe “rapiti” dal prin di Otubar, dì di Sant Remigji, non prima però, di averci lasciato gustare le primizie autunnali ma anche, ahimè! gli ultimi giochi spensierati all’aperto…
Setembar, settimo mese del calendario romano e nono di quello gregoriano, si apre con la ricorrenza di Sant’ Egidio che, con Sant’Eligio e Sant’ Emidio, protegge dai terremoti.


“Sant Egjidi nus dirà
ce che Setembar fasarà”


I proverbi, come sempre, erano veri promemoria legati anche ai santi, che si associavano al tempo meteorologico e alle previsioni dell’andamento non solo agricolo.
Grande era, pertanto, la speranza che il nove del mese, il tempo fosse bello, perché:


“Se al plûf a Sant Gorgon(9/9),
la vendeme e va malon”


Il quattordici, ricordando con devozione la Santa Croce, costruita con l’albero cresciuto sulla tomba di Adamo, si avrebbe avuta la certezza di non patir la fame:


“ Sante Crôs(14/9),
pan e coculis”


Ecco il 21 del mese …


Il soreli al fâs la volte
viars l’autun c’al ven di trot;
e tai boscs e tes ciarandis
si misclizze il vert cul ròs.
Ma jo us puarti la vendeme,
la gran sagre de stagion.
Su, ciantait, di strezze in strezze:
simpri legris! mai passion!


da “Il Friuli” di Lea d’Orlandi 1924


L’equinozio (1) d’autunno (21/9) che al vierç lis puartis al Autun e il scûr al scomence a roseâ la lûs, coincideva con la ricorrenza di San Matteo evangelista, al quale si legava l’apertura della stagione venatoria:


“A Sant Matie
l’oseladôr al salte in pie”


Forse ci fa rabbrividire che lis passaris, lis parussulis (le cinciallegre) e (2), lis vuitis (le pispole) fossero preda ambita dei nostri vecchi.
Polente e uciei, infatti, era il piatto con cui ci si poteva sfamare con un po’ di carne...
Le pispole, arrivando spesso in grandi stormi, erano le vittime più abbondanti delle reti degli uccellatori e, prima di finire in “padella” con la foglia di salvia ed un tocchetto di ardiel te panse, mettevano a dura prova la pazienza e la bravura des feminis che dovevano spiumare (3), senza rovinarli, quegli uccelletti più piccoli dei passerotti.
E il roseament de lûs annunciato il ventuno del mese, era testimoniato da:


“A Sant Michêl (29/9),
il marangon al impie il pavêr ”


Ma il santo, oltre a ricordare che le giornate si accorciavano portando la stagione fredda, avvisava che era giunto anche il tempo della raccolta delle castagne:


“Sant Michêl,
la cjastine tal fossêl ”


Settembre segnava ancora l’inizio delle vendemmie che, nelle nostre pianure, erano limitate a qualche zona e a pochi quantitativi d’uva, soprattutto a causa di un’epidemia di filossera che, all’inizio del secolo scorso, decimò i vitigni selvatici ed antichi.
I vigneti veri e propri si trovavano nella fascia collinare della nostra regione che, come disse Ippolito Nievo, dal punto di vista geografico, è “un piccolo compendio dell’universo”.
Famose le vigne dei Ronchi di Rosazzo le quali, fin dal 1500, fornivano la Ribolla gialla e il vino da donare a persone di riguardo.
Tra loro, secondo documentazioni storiche, ci sarebbero stati l’imperatore Carlo V°, i despoti di Mosca e i Luogotenenti Veneti che, fin dal 1420, venivano a Udine per i loro sopralluoghi nella Patria del Friuli.
Tornando alle vendemmie settembrine dei nostri nonni, possiamo ricordare che le uve con cui si vinificava, soprattutto per uso domestico, erano tutte prodotte da vitigni forti che non avevano esigenze particolari di coltura.
L’ american, il tacelenghe, il bacò, il clinton erano, dunque, i vitigni che si coltivavano nel cortile di casa o, alternati ai gelsi, i morârs, nei campi di cui segnavano i confini.
I vini ottenuti avevano sì una colorazione intensa, ma una bassa gradazione.
Nelle osterie, pertanto, chi aveva disponibilità economica si faceva servire un bicchiere di questo vino mescolato, tajât con quello più corposo e graduato del nostro meridione, la pulie.
Ecco il tai di vin che, nel nostro attuale linguaggio quotidiano, ha un significato generico: il bicchiere di vino.
La ue di american (l’uva fragola), che con il bacò era la più comune uva delle nostre case contadine, era conservata da quasi tutte le famiglie, per il pranzo di Natale.
Era una tradizione appendere i tralci migliori nella stanza più asciutta della casa, o metterli, come faceva anche mio padre, nella segatura che manteneva gli acini dei grappoli più gonfi, mancul flaps, più gustosi e zuccherini per quella giornata così intima per la famiglia.
Settembre era, in assoluto, il mese in si cui iniziava la raccolta dei prodotti che potevano essere conservati.
Così i fasui, lis patatis, la civole e l’ai, lis coculis cu lis nolis, lis siespis (le susine spesso essiccate o usate per fare marmellate), i miluçs e i piruçs (conservati sui graticci - lis grisolis- di uno stanzone fresco ed asciutto), erano una certezza alimentare per superare l’inverno.
I fagioli, poi, assumevano una grande importanza sia nell’alimentazione estiva da freschi, sia da secchi in quell’invernale, per il loro elevato apporto proteico. Erano la “carne dei poveri ”.
I fasui dell’estate erano coltivati nell’orto familiare, mentre quelli destinati alla conservazione, erano coltivati nei campi tra il mais, tai cjamps, jenfri la blave..
La semina di questi fagioli era fatta dalla donna di casa, la parone o la masserie, che con il grembiule arrotolato a mo’ di marsupio riempito di semi (blancs, ros, scrits o Borlots, ecc.) e con una piccola vanga, “passava" il campo de blave seminando i fasui tra le gambe del mais, in uno spazio che permettesse loro di avvilupparsi su una o due piante di blave.
Il ledan avrebbe assicurato un’ottima concimazione sia al granoturco sia ai fagioli che sarebbero stati raccolti, come già detto, in questo periodo.
La luna di questo mese era importante per la raccolta delle patate, essenziale alimento della nostra gente.
Mi chiedo, a questo punto, quale sarebbe stata l’alimentazione di noi friulani, divoratori di fagioli, patate e di polenta, se Cristoforo Colombo non avesse importato dall’America questi prodotti e tanti altri che usiamo mangiare comunemente.
La convinzione di averli avuti da sempre sulle nostre tavole, non ci ha fatto nascere la ben minima curiosità di conoscerne l’origine.
Sembra impossibile, ma solo da poco più di duecento anni, la patata è entrata nella nostra economia e nelle nostre abitudini alimentari per merito d’Antonio Zanon. Egli, infatti, avendone una certa quantità di provenienza inglese, ne diede parte ai conti Asquini di Fagagna e parte al cancelliere di Udine, Giovanni Socrate che le coltivò nella sua tenuta di Bicinicco.
Così da quel 1765 la coltivazione della patata, superate dalla popolazione tutte le diffidenze e le paure per quel “coso” che cresceva sotto terra, si estese a tutto il Friuli divenendo oggetto di ulteriore studio per lo Zanon che su questo tubero, scrisse il trattato: “Della cultura e dell’uso della patata”.
La raccolta delle “nostre patate”, sino a pochi decenni fa, coinvolgeva tutta la famiglia. Dopo aver pulito il terreno dalla parte aerea delle piante, la persona più esperta apriva nella giusta metà il solco, la cumierie (la porca, cioè la striscia di terra tra due solchi), ad una profondità precisa e tale da non rovinare i tuberi e da non rimuovere tanta terra usando, con destrezza da chirurgo, il vuarzenon (aratro).
L’inizio di quest’operazione era osservato con religioso silenzio dai componenti di tutto il nucleo familiare e se i tuberi che venivano alla luce sulla zolla nera erano tanti, i visi si riempivano di gioia: nessuno avrebbe sentito la fatica o il dolore delle gambe e della schiena per lo stare chini per tante ore.
Dopo la prima raccolta dei tuberi, si passava nuovamente sul terreno con l’erpice (la grape) per far affiorare le patate più piccole che servivano per l’alimentazione (il paston) del bestiame nei mesi invernali.
Le patate erano conservate in stanze asciutte perché non germogliassero (che no menin) e fossero, quindi, eduli il più a lungo possibile.
Se fossero diventate verdi, la solanina le avrebbe rese tossiche.
La stanza di conservazione oltre che asciutta, doveva essere il più possibile a temperatura costante per evitare che il gelo invernale, come quello ormai famoso tra il ‘28 ed il ’29, provocasse vere e proprie tragedie alimentari.
Le patate (patatis o cartufulis) di un tempo, erano di pasta bianca e farinosa adatta a fare il puré e gli gnocchi.
Quelle a pasta gialla erano adatte per stufati, per minestre o per essere fritte nell’onnipresente sain.
Le patate dalla buccia rossa, che stanno lentamente ricomparendo sul mercato, si conservavano più a lungo delle altre e, secondo molti, sono più saporite e gustose. Personalmente condivido questa opinione ed aggiungerei che anche i tuberi del piccolo girasole chiamato tartufo di canna o topinanbour (cartufule todescjie) originaria, però, del Brasile e molto comune da noi), erano e sono una leccornìa soprattutto con lo spezzatino. Ma settembre era anche il mese dei i funghi, raccolti con abbondanza dai monti al piano: tutto il Friuli ne era veramente ricco.
Nelle zone pianeggianti si potevano raccogliere tal gnûf di lune, quando crescevano velocemente, il bianco prataiolo, fonc pradarûl o cereden di prât e, sui ceppi marcescenti, i foncs- di- morâr, cioè i chiodini che si cuocevano in padiele cui savôrs e un gran di ai. Quasi a rilevare l’importanza di due tra i prodotti più importanti per l’economia familiare che questo mese “offriva”, ricordiamo questo spiritoso modo di dire:


“Fasui e patatis
a ingrassin lis fantatis”


e sorridiamo, pensando alle odierne diete dimagranti…


NOTE: (1) All’inizio di ogni stagione, il calendario liturgico di rito romano ricordava il naturale ma straordinario scorrere del tempo ed i suoi cicli, con tre giorni della stessa settimana,mercoledì, venerdì e sabato, “Le quattro Tempora”, destinati al digiuno, alla penitenza ed alla preghiera,
Queste giornate erano così fissate:
· fra la prima e la seconda domenica di Quaresima, per l’equinozio di primavera (“Reminiscere”);
· tra la Pentecoste e la Solennità della Santissima Trinità, per il solstizio d’estate (“Trinitatis”);
· la settimana successiva all' Esaltazione della Santa Croce (14 settembre, “Crucis”), per l’equinozio d’autunno;
· fra la terza e la quarta domenica di Avvento (solstizio d’inverno,”Luciae”).
Il digiuno e le preghiere,uniti ad opere di carità e a messe erano, per i nostri nonni, il mezzo per ringraziare Dio per i prodotti e quanto ottenuto nella stagione appena trascorsa, ma anche quali mezzi propiziatori sia sui frutti della terra, sia sugli animali domestici della stagione che stava iniziando.
(2) = Vorrei qui ricordare il filologo, poeta e scrittore di Varmo, morto prematuramente, Amedeo Giacomini che, a pagina 46 del suo libro “Andar per uccelli”, scriveva:
….
“E’ tanto comune, amata e famosa tra noi la parussa che il suo nome è diventato sinonimo di bellezza e d’astuzia. E’ d’uso anche gergale, sia al maschile (parussulat), che al femminile (parussule). Al maschile significa: zerbinotto, mascalzoncello, furbetto; al femminile indica, di solito, quod est inter crura puellarum (ciò che si trova tra le gambe delle ragazze - NdR-) , ma anche - femmilizzando il maschile allora: parussulate- ragazza allegra e poco virtuosa, civettuola e chiacchierona. I contadini- e ciò da tempo immemorabile come attestano gli inventari- chiamano parusse o parussule le più vivaci lor bestie.
Esiste poi una canzoncina popolare nella quale l’ameno uccelletto viene addirittura personalizzato. Essendo la medesima molto graziosa e sconosciuta la riporto anche se poco ha da vedere con l’uccellare:
Ursule parussule
ce fastu sot che vît?
I mangji pan e coculis
I speti miò marît.
Al è lât in France
a comprâ une belance
par pesâ miò barbe crot
ch’al pesave siet e vot,
ch’al jeve a la matine,
al scove la cusine,
al pie il fugurut,
come un brâf omenut,
ch’al va ta la roe,
al salte come un boe,
al alce la gjambute
ai ven fûr la suriute!…
….
(3) = Mi viene ora in mente quel:
“Ce vitis a ciapâ vuitis e… spelâlis, dopo!”
(quanta fatica catturare le pispole e … spiumarle, dopo!”) espresso dai nostri nonni quando volevano sottolineare che le difficoltà della vita non hanno mai fine.