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di Magda Minotti

OTTOBRE: profumi, colori e sapori dell’autunno..

E’ còlin scrosopant lis fuèis de vît,
e si sparnizzin de il rojùz su l’ôr,
un ucelùt bandonât e avilît
al cîr te’ mede un fregul di calôr.
…….
E la vilote plene di ligrie
che l’aierìn mi puarte di lontan,
no sai parcè, mi fâs malinconie.
da “ Sere d’Autun” di Enrico Fruch

Le giornate si accorciano, il cielo è più bruno e fa già più freddo.
Ottobre  con i suoi frutti dai colori accesi, con i suoi  profumi  dispersi dall'aria frizzantina, ci sta immergendo nell’autunno: sta arrivando  la Siarade.
In questo mese, infatti,  si concludevano tutti i raccolti e quasi  tutte le attività legate al ciclo produttivo della terra.
Giuliano Zucchiatti di Pradamano, con la sua preziosa testimonianza, ricca di dettagli, sensazioni e sfumature,  ce ne parlava:
“…Tutti i raccolti erano riposti nel magazzino o nel granaio, nel fienile e nella cantina.
Questo era il momento del consuntivo dell’annata agraria  che dava alla famiglia  la possibilità di programmare e organizzare l’economia domestica per i mesi futuri.
Se il danaro ricavato dalla vendita dei bozzoli era servito  per il rinnovo del vestiario ultra rattoppato e rivoltato dei componenti della famiglia, ora si doveva pensare  a pagare, con gli esuberi dei cereali e del mais, la “prediâl, l’imposta sul bestiame, i canoni di affitto, la riparazione degli attrezzi e le ferrature del bestiame.
Il danaro liquido era pochissimo e veniva custodito e gestito gelosamente dal capofamiglia.
Nell’economia della famiglia contadina che doveva essere autosufficiente,  il valore dato ai prodotti della terra, alle derrate era, quindi, superiore a quello dato dal danaro.
Gli acquisti alimentari erano ben poca cosa.
Sale, pepe, spezie  acquistati nella bottega dei “coloniali”, un quintino d’olio i semi, un quarto di zucchero incartato con la sua carta blu, la preziosa carta da zucchero, che  avrebbe ricoperto l’abbecedario, sarde sotto sale, sgombro, tonno sott’olio e aringhe da consumare con molta parsimonia il venerdì, compreso quello Santo e le Vigilie comandate.
Tutto il resto era recepito con il “baratto”.
Le castagne, considerate alimento, le dolci canalette, le mele,le gustose Seuke di san Pietro al Natisone,  le piccole pere ruggini della Carnia, che cotte erano i petorâi, venivano scambiate alla pari, con granella di mais o frumento.
Se consideriamo con i valori attuali questo scambio, la granella di mais dovrebbe valere cento, centocinquanta euro al quintale! Da questo possiamo dedurre l’importanza che avevano per l’alimentazione umana, la polenta e il pane.
Un avanzo di polenta veniva dato al vitellino come “integratore”.
Le croste di cottura della polenta, lasciate ammorbidire nel latte appena munto, erano una delizia..
Il  morbido ‘suf,  composto d’acqua e  farina di mais cui si aggiungeva, in autunno, la zucca, era la colazione per lis canais, i bambini,o la cena per gli anziani.
La sacralità del pane era tale, che nemmeno una briciola veniva “persa”.
I suoi avanzi  erano bolliti con l’aggiunta di una lacrima d’olio e semi di finocchio: era la panade, destinata ai vecchi edai bambini,  al pari degli omogeneizzati d’oggi.
Al temine della  seconda guerra mondiale, il fornaiocambiava” un quintale di frumento con uno di  pane. Anche in questo caso, se consideriamo il baratto ed applichiamo i valori attuali del pane, il frumento costerebbe 250 euro al quintale..
Questi valori, stampati nelle coscienze delle persone, erano talmente  grandi  da ritenere una vera disgrazia versare il sale, l’olio, lo zucchero o l’uovo o lo specchio…
Attualmente il pane dalle miriadi di forme, dal colore, dai sapori  con  cui ci viene proposto, è un’alternativa, un piacevole passatempo da rosicchiare in attesa del pranzo...”
Quanto ricordato da Giuliano, ci fa capire che Otubar, quindi, era il mese in cui si  definiva  l’abbondanza  o meno dell’anno agricolo e, di conseguenza,  la liquidità dell’economia familiare  ma anche l’entità del  contributo da versare  alla Chiesa  per la cura delle anime e per il mantenimento dei sacerdoti:  le decime  o quartês.
Queste offerte si facevano in chiesa o nei cimiteri.
Era quasi un prepararsi alla imminente commemorazione dei defunti quando in loro suffragio, si sarebbe pregato  ed ancora lis animis di Gjo  sarebbero state  onorate con deferenza  per propiziarsene i favori, soprattutto quelli legati alle colture.
In alcune  zone del Friuli  il 7 ottobre, Perdon dal Rosari,  o la 3^ domenica del mese (ormai si era alla fine dei lavori nei campi), si recitava, il Rosario  di ringraziamento per i raccolti ottenuti:  ue, patatis, râs, cocis, blave, ciastinis
Se non ricordo male, le castagne  erano di più qualità: le caneline, piccole ma secondo i più le più buone, poila castagna comune, la cjastine  e il grosso maron.
Prendevano il nome di  balotis o moncjis  se erano state lessate con o senza buccia, profumate dalle immancabili dôs fueis di orâr, foglie di alloro dall’aroma intenso.
Rustidis, invece, erano quelle arrostite sulla piastra dal spolert, lacucina economica, o inte fersorie des bueris, tipica  padella con il fondo bucherellato, dopo velis tajadis de bande de gobe, ossiadopo averle incise dalla parte  convessa perché, cuocendo, non scoppiasero.
Improvvisamente, mi appare davanti agli occhi, seduta dietro al suo bidone (un tempo contenitore di petrolio),  sempre fornito di braci, la caldarrostaia che in via Poscolle, all’angolo con via del Freddo, offriva ai passanti i suoi caldi cartocci a cono, di carta di giornale, pieni di cjastinis rustidis , le caldarroste.
Ricordo molto bene le sue mani ricoperte da guanti scuri e senza dita e lei, dal  volto rugoso ma accattivante, vestita di nero con  il  grimâl , il grembiule a minuti  fiorellini bianchi, con il fazzoletto da testa, il cuadrel, rigorosamente nero e allacciato dietro la nuca.
Il  prodotto principe di questo mese, comunque, era il sorc o blave: il granoturco.
Questo nome deriva dal fatto che il cereale portato da Cristoforo Colombo in  Europa, per le  grosse difficoltà di coltivazione, fu dimenticato e poi importato in Turchia.
Lì fu coltivato su larga scala, tanto che   i commercianti della Serenissima lo portavano via mare, unitamente ad altri prodotti, da Costantinopoli, l’attuale Istanbul,  a Venezia.
Risulta che solo dal XVII secolo, la blave sia coltivata da noi,  nelle specie originali.
Il seme del granoturco, sino a pochi decenni fa  non era  acquistato,  ma scelto nella parte centrale delle pannocchie migliori, jentrâ in semenze,  o scambiandolo  con  quelli di altri contadini.
Il raccolto de blave, come del resto quello di tutti gli altri prodotti, era fatto quasi esclusivamente a mano.
Fatica e gioia, comunque, si mescolavano durante  i lavori.
Al loro termine, infatti,  si usava cucinare nei campi, intai ciamps,  un assaggio di ciò che si sarebbe consumato, pasto dopo pasto e giorno dopo giorno,  sino alla fine dell’ inverno.
Si cucinavano  patate o rape sulla brace, il pitiniç, mentre la cottura delle ultime tenere pannocchie  di cincuantin,  veniva  definita con il termine di  panoglade.
Le pannocchie, lis panolis,  ricordo, erano  chiamate  il rost dai puars e si può immaginare con quanta gioia,  i bambini le cucinassero all’aperto.
Di lì a poco, la stagione non avrebbe permesso a lis canaiis di stâ fûr , di rimanere  all’aperto, liberi…
L’unica  possibilità di uscire da casa, sarebbe stata quella per  andare a malavoglia  a scuola o per andare, dopo cena, per la “veglia” nella stalla,la file,  a sentire i discorsi dei vecchi che vi si riunivano al calduccio.
E’ interessante, parlando di  panolis, notare che le case friulane avevano il  puiûl, ossia il poggiolo, rivolto a sud. Lì le pannocchie, raccolte  a mano e trasportate su carri trainati da buoi o vacche,  venivano appese in trecce, lis  trecis e lis riestis,  per la loro essiccazione.
Dopo qualche mese esse venivano sgranate, ossia si specolavin  con un attrezzo dentato, il specolin , che si  infilava nella mano destral a quale, alla fine del lavoro, era spesso arrossata e con profonde vesciche.
Proprio come accadeva a  me ma, quale “cittadina”, non demordevo e continuavo imperterrita per farmi vedere forte, poi ...
Il premio per questo lavoro era  meraviglioso: biscottini stantii  a forma di animaletti ed un bicchierone diacqua, zucchero e citrato, su cui  veniva versata  qualche goccia di aceto.
Che meraviglia!
Chi era più felice di me nel veder  formarsi  una  “magica” schiuma che rendeva più che  frizzante la bevanda! Tutto sembrava così straordinario, da far volare la mente nel mondo del mago Merlino e della fata Morgana…
E fantastico era anche il formarsi  des sioris , i pop corns,  che  scoppiavano tra un coperchio e la piastra rovente  dal spolert.
I siors, i grani che non si erano aperti, andavano ad arricchire la dieta  des bestis.
Lis sioris divenivano, assieme a lis coculis e a lis nolis , le noci e le nocciole, una merenda da sgranocchiare durante le grigie giornate invernali. Si mettevano in tasca e, 
di tanto in tanto, la mano vi si sprofondava er appropriarsi di qualcosa di commestibile  tra molto  altro che, in verità, non lo era: un tappo corona, un sassolino particolarmente colorato, un nocciolo, uno spago ...
Blave: grani dalle calde, solari tonalità del giallo che venivano ammucchiati nel granaio, il  granâr ed usati sia  par farine di polente, sia per sfamare gli animali da cortile ed  imaiali, i purcits.
“…Nel granaio- ricorda ancora Giuliano- tutto il pavimento era ricoperto da uno spesso strato  di pannocchie, la mosse.
Dalla capriata pendevano come stalattiti  le trecce, la rieste, con le pannocchie scelte, di mais bianco e giallo.
La varietà bianca Dente cavallo semivitreo, dava un’ottima polenta, profumata e gustosa, l’”Orange” dal bel giallo intenso,era  ottimo per l’alimentazione di tutto il bestiame.
Il bel colore  vivo del tuorlo d’uovo, della carne del pollo , del cappone e dell’oca, era dato dalla granella ottenuta da questa varietà di blave…”
Le oche, lis ocjis dal piumaggio bianco, erano considerate  il maiale dei poveri, il purcit dai puârs e di esse,  veniva usato tutto.
Zampe e collo servivano a  fâ  il brût , quel brodo che, solo con il suo profumo, sembrava riempire lo stomaco.
Le interiora, cotte con cipolla, aglio ed erbe odorose,divenivano un piatto saporito,  la friture che, con la polenta fumante,  richiamava in tavola tutti. 
Le  piume specialmente quelle piccole e morbide sotto le ali, si usavano per fare cuscini e piumini  che avrebbero  consentito di dormire proteggendosi, nella brutta stagione,   dal freddo intenso delle camere. Ma il piumino era anche fonte di guadagno: il plumin  des ocjis lu vendin cjâr!,  il piumaggio delle oche lo vendono caro!
Numerosi erano i bambini che  portavano questi volatili  a passon intai cjamps , a pascolare nei campi o lungo i fossai , i fossi che delimitavano le strade, affinché si rimpinzassero non solo d’erbe, ma anche di vermi, insetti ed animaletti vari.
Era, questo,  un  espediente per risparmiare granaglie,  ma anche  un  modo affinché le carni  delle oche si sviluppassero sode, saporite  e senza troppo grasso.
Alcune di esse, invece, tenute ben chiuse in un recinto, venivano ingrassate forzatamente cu la blave,  che veniva  introdotta a dismisura nel gozzo del povero animale per mezzo  di une plere , un imbuto munito di manovella, che spingeva i grani del mais  sino a riempire anche il collo dell’oca a tale punto, da farlo quasi scoppiare.
Il fegato dell’animale assumeva una colorazione gialla e arrivava a pesare persino sei etti.
Morbido, squisitamente dolce, era una leccornia riservata solo alle mense dei padroni e dei notabili, quei  parons e quei sorestans che “gustavano” quel cibo  ignari,forse, di quanto era costato in fatica  per i mezzadri e in malessere per quei poveri animali.
La carne di queste povere oche, inoltre, si riduceva  al minimo  lasciando il posto ad un’enorme massa di grasso, che sarebbe servito sia a conservare le carni delle oche “normali”, sia a condire e a friggere e che i nostri nonni chiamavano ont di ocje.

L’olio, specialmente quello di oliva, era talmente prezioso e costoso che  solo i ricchi, i siôrs,  potevano permetterselo. Tutti usavano, però, l’olio di colza  nei giorni che  si veve di fâ Vilie di pûr vueli ,ossia, il Vinars Sant (Venerdì Santo), lis Cinisis (le Ceneri)  e la Vilie di Nadâl (la vigilia di Natale). Questo olio, che ora è vietato produrre,  si otteneva dal raviçon o dal vueli che, un tempo, colorava  di giallo le nostre campagne. Lo si comperava in piccola quantità, un decimin e, usandolo   veramente con parsimonia, si poneva la massima attenzione a non sciuparne nemmeno una goccia. Era veramente una disgrazia versare un liquido così prezioso e, forse, da ciò è nata la credenza che versare l’olio porti… sfortuna.   Un tempo tutto serviva a qualcosa: anche de blave,  non si gettava nulla.

Mi si  affacciano ora alla mente, le righe bianche e blu del materasso di mia nonna, “ripieno” di  scus, scartòs de blave , lebrattee delle pannocchie, quelle più piccole e tenere.
Nel centro  dal stramaç, il materasso, c’era un’apertura che, ogni mattina,  permetteva di mescolare le brattee  par no vê grops sot de schene.
A me piaceva sentire il rumore di quel “giaciglio” che, ogni anno, dopo la raccolta del granoturcoveniva rinnovato cui scus plui tenars, quelli più morbidi e   a contatto con i grani della pannocchia. Gli altri servivano a fare la lettiera alle mucche. Nella zona di Reana del Rojale,  servivano anche  a  fare borse, cesti e bamboline,  tant’è che l’artigianato locale ha valorizzato a livello mondiale,  questa povera materia prima.
I corubui o corondui, cioè i tutoli,  servivano ad accendere il fuoco, mentre i fusti del mais, lis giambis dal soreâl, solitamente legati in fasci, servivano a  prepararare un magro pasto alle bestie della stalla,  o si usavano per proteggere dal gelo i seminati.
Noi bambini, usavamo queste stoppie  per fare il  pignarûl , il fuocoepifanico da cui si sarebbero tratti gli auspici per l’anno a venire. 
I vons, i nonni,  ci hanno insegnato i valori e queste semplici, umili, ma ricche cose con le parole, con il loro esempio, ma anche con i proverbi che ci ripetevano continuamente quali testimonianze orali sulle cadenze del tempo, che scorre secondo regole cui ci si doveva attenere.
Eccone alcuni, portavoce di saggezza popolare e di legame con il sacro, relativi a questo mese:

“Quando a ottobre scurisce e tuona,
l’invernata sarà buona, guarda in su
ma non sperar che venga Gesù

 

“‘O soi Otubar strac,
cjapi il lievri e il corvat”

“ Dibot in Otubar
si cjape il luiar“

 

A Sante Terese (1/10)
prepare la tese”

“Per san Francesco(4/10)
la nespola nel cesto”

“A san Francesco
i pomi nel cesto”

“A san Bruneto (6/10)
il vino nel fiascheto”

“Sant Serafin (12/10)
cjastinis e un bocâl di vin”

“Ai dodis (12/10) al è Sant Serafìn:
cjastinis e bon vin”

“A santa Teresa(15/10)
i tordi a distesa”

“Sant Luche (18/10), Sant Bovo cun Sant Florian,
protezêt la stale dut l’an!”

“Sant Luche
al puarte vie la merindute”

“A san Luca
le nespole  i speluca”

“O molle, o asciutto
per san Luca si semina tutto”

“Sut o bagnât,
                              par Sant  Luche che  al sedi semenât”                                              

“ Sant Simon ( 28/10)
al da la clâf al so paron”

“A san Simone
la roba dentro il portone”

“Per san Simone
il galletto si fa capone”

“Per san Simone
stacca i buoi dal timone”

“A Sant Simon le bore a tasson
e le manere a cason”

“A Sant Simon e Jude, la rave ven madure:
o madure o no madure, si la met sot sieradure”

“ A Sant Simon
va la odule tes rêts a tombolon”

Non dimentichiamoli.