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di Magda Minotti

Testo e disegni di Magda Minotti

 Un tempo, dicembre…

    Questo mese era in assoluto par la canaie, i bambini, il più importante dell’anno: l’atmosfera che si respirava era particolare.
Né vetrine stracolme di cose spesso superflue, né luminarie ammiccanti attiravano la loro attenzione proiettata verso sentimenti e proponimenti buoni, in un crescendo di spiritualità, che aveva il suo apice a Nadâl.
Natale magico, quasi irreale sotto la neve che, allora, ogni anno, copriva le cose ingentilendole e facendole apparire quasi sacre, con il bianco splendore reso più emozionante dal chiarore della luna.
Tutto era, allora, più caldo, intimo, sereno, bello e fantastico.
Non credo che quest’affermazione nasca esclusivamente dai ricordi legati all’infanzia passata ma a questa festività che, oltre ad avere in sé il gran valore religioso, faceva rivivere antiche usanze e credenze non solo cristiane, che si perdevano nella notte dei tempi.  Noi bambini eravamo come stregati da quest’atmosfera di preparazione alla nascita del Bambin Gesù quando tutti, grandi e piccoli dovevano essere più buoni.
E così, a santa Barbara (4/12-Sante Barbare benedete, /vuardinus dal ton e de saete), si era già mancul canaiis, un po’ meno birbe
I buoni propositi aumentavano per san Nicola (6/12 -Sant Nicolò, Sant Nicolet/ se la mame no mi a ‘nt met/e il papà no mi a’nt dà/ Sant Nicolò al è aromai passà), quando, mettendo grand’attenzione non solo nella grafia, iniziavamo a scrivere la letterina che avremmo nascosto sotto il piatto di mamma e papà, durante il pranzo di Natale.
Con la ricorrenza dell’Immacolata Concezione (8/12-La Madone di Sant Zenon,/ disevot dîs devant Nadâl no son), ormai l’inverno era arrivato davvero: Natale era alle porte. Prima di questa ricorrenza così importante per la famiglia, i bimbi attendevano con ansia santa Lucia (13/12- Sante Lusie benedete,/la canaie usgnot ti spiete) …
Nelle scarpe lucidissime, trovavamo qualche caramellina, un mandarino e, forse, qualche piccolo e semplice dono, che poteva essere anche una statuina di gesso nuova di zecca. La santa, nonostante la sua cecità,infatti, sapeva che avevamo bisogno proprio di quella figurina per sostituirne una davvero malconcia del vecchio presepe. E, proprio da quel giorno, si iniziava a fâ il presepi. Farlo era un rito.
La ricerca del muschio e della legna dalle forme più strane con cui creare grotte, ponti che avrebbero unito i monti al mare, impegnava seriamente tutti i bambini.
Quanta fantasia e quanto trasporto si impadronivano dai fruts , dei bimbi che, incuranti di qualsiasi legge non solo prospettica, piazzavano le scolorite e sbeccate figurine di gesso, secondo una logica estetica ed emotiva tutta loro.
L’attenzione non solo dei bimbi, era rivolta esclusivamente al presepio che, oltre a ricreare la scena della nascita di Gesù, simboleggiava anche l’unità della famiglia.
Nel Friuli di allora non si addobbava l’albero natalizio, con eccezione della zona di Timau che, risentendo l’influenza nordica, identificava il simbolo della vita nell’abete, contrapposto a quell’albero, cresciuto sulla tomba di Adamo e con cui si fece la Croce.   Se santa Lucia era importante pai fruts, lo eraanche per gli adulti :“Per Santa Lucia e per Natale/il contadino ammazza il maiale./Chi per Natale non ammazza il porco,/ tutto l'anno resta col muso storto”. E molti, famigli, braccianti, sotans…, rimanevano non solo “col naso storto” per la scarsità di cibo, ma anche per le ristrettezze e le difficoltà di ogni altro tipo che dovevano affrontare, ancor più, in questo periodo dell’anno, quando “A Sante Lusie,/ il frêt al scussie”ecuant il frêt al glaçave ancje il pissin intal urinâl…
La vigilia di Natale, era una giornata ancora più magica poiché, secondo una tradizione di origine forse celtica legata alla sacralità del fuoco, si bruciava il çoc (ciocco) di Nadâl o Nadalin.
“Vizilie di Nadâl: gran fogolâr/ cun sore il nadalìn/ c’al criche su brusand, e atôr atôr la mame, il puar papà/ la nonute, tant çhare a noatris fruz,/ c’ a conte a vîs colôrs/la storie di Betlem. (da Vizilis di Nadâl di Anna  Fabris 1920)
Il gran ceppo digelso, morâr, era scelto molti mesi prima affinché, ben stagionato, potesse bruciare ininterrottamente, tutta la Notte Santa.
Nel tardo pomeriggio  de Vilie in cui s’era rigorosamente digiunato come alle Ceneri e di Venerdì Santo, la persona più anziana di casa, libera da impegni faticosi e degna di rispetto per la saggezza dovuta all’età, accendeva il çoc e ne controllava la combustione che doveva essere lenta, ma continua:
parcè, se tal doman di matine il Nadalin al à cualchi  bore impiade al è ben, ma se al è dut distudât, dentri l’an al mûr il paron di cjase!”
Anche i carboni, che l’indomani si trovavano nel fuoco spento, erano importanti e sacri.
Essendo stati originati dal Nadalin che bruciava  mentre nelle chiese si celebrava la Messa, erano collocati sul trâf de cjadene dal cjast ,la capriata, ed avrebbero protetto la casa, unitamente a santa Barbara e a san Simone,  dai fulmins, des saetis e dal uragan estîf.
Nell’attesa dai Madins (messa  di mezzanotte che iniziava in modo tale da  far cadere la Consacrazione a mezzanotte, momento della nascita di Gesù), quando  tutti erano  raccolti attorno al focolare in cui bruciava  il Nadalin, un componente della famiglia, avvolto in scialli che lasciavano intravedere solo gli occhi,  bussava alla porta della cucina:


Toc, toc!”
“Cui isal?”
“Al è Nadalut, mi fasêso jentrâ?”
“Jentre, jentre!”


e, fatto accomodare vicino al fuoco,  gli si offriva un bicchiere di vin brulé.
I bambini con gli occhi sgranati, pensavano al Bambinello che invece, giaceva là fuori, al freddo, nudo e gelato! I fruts, i bimbi, erano mandati a letto prima di mezzanotte (“O lin a Madins/ di chei cidins,/ sot la plete, in cuiete…/ “A Madins,/ fra lis coltris e i cussins!”,  con la promessa che Gesù Bambino, poverello, avrebbe portato i doni: zucar di Gurize, un crocant, dôs mentutis, un bastunut di licorissie, une carobule e dôs stracheganassis!
Trovare al mattino, queste povere cose in un mucchietto tutto tuo, faceva provare una gioia immensa. Alla messa di mezzanotte partecipavano, cu lis mudis de fieste o chês gnovis, solo gli adulti eleganti che, ritornati a casa, mangiavano una calda e corroborante sope di tripis, magari cui fasui. Ancor oggi quest’usanza è più che mai viva in tutto il Friuli e le osterie,  dopo i Madins, si riempiono d’avventori che mangiano questa pietanza legata da sempre, alla sacralità di questa nottata.
Il pranzo di Natale era un momento solenne per tutta la famiglia che, al completo, si riuniva attorno alla tavola imbandita, che simbolicamente ne  rafforzava l’unità:“Natale con i tuoi/e Pasqua con chi vuoi.”. Questi momenti erano tanto importanti che già in estate, si decideva cosa si sarebbe mangiato a Natale. Nelle famiglie contadine, i migliori animali di bassa corte, che pitone, chel gjal, chê polece o chel razat, erano par Nadâl.
La settimana antecedente la Natività, lis feminis si dedicavano alla preparazione di quel convivio mentre i  ragazzini, la mularie,dagli occhi sgranati ed attenti pregustavano, giorno dopo giorno, il concretizzarsi di leccornie che solo a Natale, si potevano mangiare. E, in questo clima d’insolita abbondanza imparavano, ripetendo le parole des massaris, una tiritera popolare  che faceva così:


“D’ogni dì al ven Nadâl,
di martars Carnavâl
e di joibe ven la Sense,
son duc’ mas cui che la pense!”


Il vario pollame, sgozzato e sbuentât, sbollentato all’aperto tra densi vapori d’acqua bollente, quasi si trattasse di un rito sacrificale, era…il protagonista del pasto natalizio. Mondâ lis bestiis, pulire gli animali da cortile,in quei tempi che andavano a braccetto con la povertà ed il sacrosanto rispetto per il cibo, significava prepararle alla cottura senza scartare nulla.
E così le zampe, lis talpis, ben spellate eprivate delle unghie, le teste spiumate, senza becco e occhi, avrebbero arricchito, assieme ai budiei, le interiora, il brodo, chel brût che molto di rado si poteva gustare.
Durante l’anno, ogni qualvolta si vendevano prodotti della terra o della stalla quali la galete,il  forment, la blave o il vidiel e la piece di formadi, si accantonava una parte del ricavato per l’eventuale rinnovo di qualche capo, ormai immettibile, di vestiario.
A chi aveva ormai rivoltade la mude  più che lisa, ne spettava una nuova per Natale,


“A Pasche e a Nadâl ,
al scree ogni basoâl”


Già  dai primi di ottobre, ci si recava  da Del Mestre o da Birri (negozi di stoffe del centro storico di Udine), per acquistare il tai dal vistît, cioè tre metri di stoffa, quasi sempre grigia. La sua scelta era stata fatta non in base ai gusti personali, ma per la presunta “ bontà” del manufatto: la mude e veve di durâ il plui a lunc pussibil,  ed il colore doveva essere adatto a tutte le occasioni quali battesimi, matrimoni, o funerali, compreso… il proprio.
Il tai era portato in tempo dal sartôr almeno per san Luca (18/10) o, al massimo, per san Simone (28/10), in modo d’essere certi di screâ la mude, l’abito, dopo tre o quattro sfibranti prove, il giorno di Natale.
Anche i bambini ed i ragazzi attendevano questa giornata con gioiosa ansia per far sfoggio   de cotule o des braghessis, dal majon o des cjalcis , dai guants o de barete che avevano visto realizzarsi durante le serate trascorse al tepore delle stalle, i filò, dalle abili mani di nonne o donne di casa.              
Giornata speciale, quindi, il Natale che si concludeva con tutta la famiglia attorno al tavolo par zujâ di tombule cui fasui, per giocare a tombola, usando i fagioli
Anche il giorno di Sant Stiefin, era particolarmente “grasso”, poiché si mangiavano gli avanzi di Natale mentre i vons raccontavano ai  bimbi  attoniti,  la leggenda del primo martire che è ricordato proprioil giorno successivo al Natale .
Con terrore, lis canaiis, ascoltavano la storia della lapidazione del santo per gioire stupiti, poi, al miracolo che da quei  sassi, dopo aver procurato la morte, si era innalzata una chiesa.
L’ultimo giorno dell’annata  arrivava in un batter d’occhio e ciascuno, forse con qualche rammarico, ricordava anche che:”A Sant Silvestri,ognidun il vuestri!”