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di Magda Minotti

Magda Minotti


Un tempo, dicembre…


Il primo di dicembre sant’Ansàno,
il quattro, santa Barbara beata;
il sei san Nicolò che vien per via;
il sette, sant’Ambrogio da Milano;
l’otto, la Concezione di Maria;
per il nove mi cheto;
il dieci, la Madonna di Loreto;
il dodici convien che digiuniamo
perché il tredici c’è santa Lucia;
il ventun san Tommé la chiesa canta;
il venticinque vien la Pasqua santa
e poi ci sono i Santi Innocentini;
alla fine di tutto, lesto, lesto,
se ne vien …san Silvestro!

Filastrocca popolare

Questo mese era in assoluto par la canaie, i bambini, il più importante dell’anno: l’atmosfera che si respirava era particolare.
Né vetrine stracolme di cose spesso superflue, né luminarie ammiccanti, attiravano la loro attenzione proiettata verso sentimenti e proponimenti buoni, in un crescendo di spiritualità, che aveva il suo apice a Nadâl.
Natale magico, quasi irreale sotto la neve che allora, ogni anno, copriva le cose ingentilendole e facendole apparire quasi sacre, con il bianco splendore reso più emozionante dal chiarore della luna.
Tutto era, allora, più caldo, intimo, sereno, bello e fantastico.
Non credo che quest’affermazione nasca esclusivamente dai dolci ricordi legati all’infanzia passata ma a questa festività che, oltre ad avere in sé il gran valore religioso, faceva rivivere antiche usanze e credenze non solo cristiane, che si perdevano nella notte dei tempi.
Noi bambini eravamo come stregati, quindi, da quest’atmosfera di preparazione alla nascita del Bambin Gesù quando tutti, grandi e piccoli dovevano essere più buoni.
E così, a santa Barbara (4/12), che noi ricordavamo con:


Sante Barbare benedete,
vuardinus dal ton e de saete.

(Santa Barbara benedetta,
proteggici dal tuono e dalla saetta).


si era già mancul canais , un po’ meno birbe, …


I buoni propositi aumentavano per san Nicola (6/12):


San Nicolò di Bari,
la festa dei scolari
e se i scolari no i ghe fa festa,
san Nicola ghe taja la testa.
Ma se i scolari i sta boni,
Nicola ghe porta i bomboni.
Festa o no festa,
a scola no se resta!
Sant Nicolò, Sant Nicolet
se la mame no mi a ‘nt met
e il papà no mi a’nt dà
Sant Nicolò al è aromai passà.


(San Nicolò, san Nicolet,
se la mamma non me ne mette
e il papà non me ne dà,
san Nicolò è ormai passato).


quando, mettendo grand’attenzione non solo nella grafia, iniziavamo a scrivere la letterina che avremmo nascosto sotto il piatto di mamma e papà, durante il pranzo di Natale.
Con la ricorrenza dell’Immacolata Concezione (8/12), ormai l’inverno era arrivato davvero:


Per l’Immacolata,
comincia l’invernata


e il Natale era, ormai, alle porte:


La Madone di Sant Zenon,
disevot dîs devant Nadâl no son.


(La Madonna di san Zenone,
mancano meno di diciotto giorni a Natale)


Ma, prima di questa ricorrenza così importante per la famiglia, i bimbi attendevano con ansia santa Lucia (13/12).


Cidine, cidine,
su stradis di lune
la sante a cjamine
tirant il mussut.
Tal zei mil zuiatui
pai fruts che le spietin
platâts sot la coltre
tal cjalt dal jetut.
Un tren par il Nini,
par Cec un balon,
la sclope pal piçul
che al puedi fâ il ton.
Pe frute, chê buine,
la biele pipine,
pe triste, cinise
e un toc di cjarvon.


Lucia Scoziero


(Silenziosa, silenziosa, /su strade di luna, /la santa cammina/tirando l’asinello.
Nel cesto mille giocattoli/pei bimbi che aspettano/nascosti sotto le coltri, nel caldo del letto.
Un treno per Nini, /per Cec un pallone/il fucile per il piccolo/ che possa far i botti.
Per la bimba, quella buona/la bambola bella/per quella cattiva, cenere/e un pezzo di carbone).


Sante Lusie e benedete,
la canaie usgnot ti spiete:
cjape sù il façoleton,
la crassigne e il baston.


(Santa Lucia benedetta,
la “canaglia” stanotte ti aspetta:
prendi su lo scialle,
la carretta e il bastone).


Nelle scarpe lucidissime, trovavamo qualche caramellina, un mandarino e, forse, qualche piccolo e semplice dono, che poteva essere anche una statuina di gesso nuova di zecca.
La santa, nonostante la sua cecità,infatti, sapeva che avevamo bisogno proprio di quella figurina per sostituirne una davvero malconcia del vecchio presepe.
E, proprio da quel giorno, si iniziava a fâ il presepi. Farlo era un rito.
La ricerca del muschio e della legna dalle forme più strane con cui creare grotte, ponti che avrebbero unito i monti al mare, impegnava seriamente tutti i bambini.
Quanta fantasia e quanto trasporto si impadronivano dai fruts , dei bimbi che, incuranti di qualsiasi legge non solo prospettica, piazzavano le scolorite e sbeccate figurine di gesso, secondo una logica estetica ed emotiva tutta loro.
A volte, i personaggi erano doppi: il “Vittorioso” o “Il Corriere dei Piccoli” ne forniva altri di carta che, più colorati e solitamente più alti, davano un tocco di allegria all’insieme del paesaggio.
Spesso queste figure più grandi erano posizionate lassù, su quelle montagne che si stagliavano nel blu del cielo di carta da zucchero…
Le statuine, comunque, erano itineranti: non c’era luogo del presepe che non le avesse, a turno, ospitate.
La notte di Natale tutto di stabilizzava poiché, finalmente, si poteva posare il Bambinello tra Maria e Giuseppe, rigorosamente sot dal flât dal mus e dal bo (“sotto” l’alito dell’asino e del bue) privi, quasi sempre, uno delle corna e l’altro, di almeno un orecchio.
L’attenzione non solo dei bimbi, era rivolta esclusivamente al presepio che, oltre a ricreare la scena della nascita di Gesù, simboleggiava anche l’unità della famiglia.
Nel Friuli di allora, quindi, non si addobbava l’albero natalizio, con eccezione, però, della zona di Timau che, risentendo l’influenza nordica, identificava il simbolo della vita nell’abete, contrapposto a quell’albero, cresciuto sulla tomba di Adamo e con cui si fece la Croce.
Ma santa Lucia, così importante pai fruts, lo era anche per gli adulti e:


“Per Santa Lucia e per Natale
il contadino ammazza il maiale.
Chi per Natale non ammazza il porco,
tutto l'anno resta col muso storto”.


Molti, a quel tempo, pensiamo ai famigli, ai braccianti, ai sotans…, rimanevano non solo “col naso storto” per la scarsità di cibo, ma anche per le ristrettezze e le difficoltà di ogni altro tipo che dovevano affrontare, ancor più, in questo periodo dell’anno cuant che il frêt al glaçave ancje il pissin intal urinâl (quando il freddo ghiacciava l’orina del vaso da notte).


A Sante Lusie,
il frêt al scussie.


(A santa Lucia,
il freddo punge).


Vizilis di Nadâl


“Vizilie di Nadâl: gran fogolâr
cun sore il nadalìn
c’al criche su brusand:
e atôr atôr la mame, il puar papà
la nonute, tant çhare a noatris fruz,
c’ a conte a vîs colôrs
la storie di Betlem.
Ce fieste di biel viodi ai piçui voi!
La stele cui tré Rès,
piorutis e pastôrs,
e agnoluz che la “Glorie” van ciantant
a Chel c’ al è nassut, e simpri frut
la sere di Nadâl,
dal Cîl, jù pal ciamin
al ven a emplà lis scarpis di bombons!”


…… Anna Fabris 1920
(Vigilia di Natale: gran focolare/ con sopra il ciocco/che crepita bruciando: /e attorno attorno la mamma e il povero papà/la nonna tanto cara a noi bimbi/che racconta a colori vivi/ la storia di Betlemme./Che bella festa da vedere per gli occhietti!/La stella con i tre Re,/pecorelle e pastori,/ e angioletti che van cantando la “Gloria”/ a Chi è nato, e sempre bambino/ la sera di Natale,/dal Cielo, giù dal camino/viene a riempire le scarpe di dolcetti.)


La vigilia di Natale, era una giornata ancora più magica poiché, secondo una tradizione di origine forse celtica legata alla sacralità del fuoco, si bruciava il çoc (ciocco) di Nadâl o Nadalin.
Il gran ceppo di morâr (gelso), era scelto molti mesi prima affinché, ben stagionato, potesse bruciare ininterrottamente, tutta la Notte Santa.
Nel tardo pomeriggio de Vilie in cui s’era rigorosamente digiunato come alle Ceneri e di Venerdì Santo, la persona più anziana di casa, libera da impegni faticosi e degna di rispetto per la saggezza dovuta all’età, accendeva il çoc e ne controllava la combustione che doveva essere lenta, ma continua:
“parcè che, se tal doman di matine il Nadalin al à cualchi bore impiade al è ben, ma se al è dut distudât, dentri l’an al mûr il paron di cjase!” (perché, se l’indomani mattina il Nadalin ha qualche brace accesa è bene ma se, invece, è spento, entro l’anno morirà il padrone di casa!).
Anche i carboni, che l’indomani si trovavano nel fuoco spento, erano importanti e sacri.
Essendo stati originati dal Nadalin che bruciava mentre nelle chiese si celebrava la Messa, erano collocati sul trâf de cjadene dal cjast ,la capriata, ed avrebbero protetto la casa, unitamente a santa Barbara e a san Simone, dai fulmins, des saetis e dal uragan estîf.
Nell’attesa dai Madins (messa di mezzanotte che iniziava in modo che la consacrazione cadesse a mezzanotte, momento della nascita di Gesù), quando tutti erano raccolti attorno al focolare in cui bruciava il Nadalin, un componente della famiglia, avvolto in scialli che lasciavano fûr dome i voi, cioè che lasciava intravedere solo gli occhi, bussava alla porta della cucina:


“Toc, toc!”
“Cui isal?
“Al è Nadalut, mi fasêso jentrâ?”
“Jentre, jentre!”


(Toc,toc!/ Chi è?/ E’ Natalino, mi fate entrare?/ Entra, entra!)


e, fatto accomodare vicino al fuoco, gli si offriva un bicchiere di vin brulé.
I bambini con gli occhi sgranati, pensavano al Bambinello che invece, giaceva là fuori, al freddo, nudo e gelato!
I fruts, i bimbi, erano mandati a letto prima di mezzanotte,

O lin a Madins
di chei cidins,
sot la plete, in cuiete…


(Andiamo alla messa di mezzanotte
quella silenziosa,
sotto la piega del lenzuolo, in quiete…)


“A Madins,
fra lis coltris e i cussins!”


(Alla messa di mezzanotte,
fra coltri e cuscini!)


con la promessa che Gesù Bambino poverello avrebbe portato i doni: zucar di Gurize, un crocant, dôs mentutis, un bastunut di licorissie, une carobule e dôs stracheganassis!


(zucchero d’orzo, un croccante, due mentine, un bastoncino di liquirizia, una carruba e due castagne secche!).


Trovare al mattino, queste povere cose in un mucchietto tutto tuo, faceva provare una gioia immensa.


Lusôr dal cîl
Lusôr dal cîl,
frutin di amôr,
tu tu sês il Redentôr!
Tu che la int e à simpri clamât,
Tu che i agnui a àn nunziât,
puarte pâs intal mont,
puarte la lûs intai cûrs !


Aurelio Cantoni

(Splendore del ciel/ bambinello d’amore/ tu sei il Redentore!/ Tu che la gente ha sempre invocato/ Tu che gli angeli hanno annunziato,
/porta la pace nel mondo, / porta la luce nei cuori!)


Alla messa di mezzanotte partecipavano, cu lis mudis de fieste o chês gnovis (con gli abiti della festa o quelli nuovi), solo gli adulti eleganti che, ritornati a casa, mangiavano una calda e corroborante sope di tripis, magari cui fasui (zuppa di trippe, magari con i fagioli).
Ancor oggi quest’usanza è più che mai viva in tutto il Friuli e le osterie, dopo i Madins, si riempiono d’avventori che mangiano questa pietanza legata da sempre, alla sacralità di questa nottata.
Il pranzo di Natale era un momento solenne per tutta la famiglia che, al completo, si riuniva attorno alla tavola imbandita, su cui facevano bella mostra le tovaglie di Fiandra e le stoviglie del servizio di porcellana (rigorosamente tedesca o di Limonge), che passando di generazione in generazione,si usavano solo nelle grandi occasioni.
L’unità della famiglia si rafforzava con questo pranzo che, in assoluto, era il più ricco ed il più atteso da tutti.


Natale con i tuoi
e Pasqua con chi vuoi.


recita un proverbio che rispecchia ancora, la sacralità del nucleo familiare in questo giorno della nascita del Salvatore.
Tanto importante era questa ricorrenza che già in estate, si decideva cosa si sarebbe mangiato a Natale e, nelle famiglie contadine, i migliori animali di bassa corte (che pitone, la tacchina, chel gjal, chê polece o chel razat, ossia l’anatra maschio), erano par Nadâl.
La settimana antecedente la Natività, lis feminis si dedicavano alla preparazione di quel convivio.
I ragazzini, la mularie, dagli occhi sgranati ed attenti pregustavano, giorno dopo giorno, il concretizzarsi di leccornie che, solo a Natale, si potevano mangiare e, in questo clima d’insolita abbondanza imparavano, ripetendo le parole des massaris, una tiritera che faceva così:


D’ogni dì al ven Nadâl,
di martars Carnavâl
e di joibe ven la Sense,
son duc’ mas cui che la pense!
Detto popolare


(Ogni giorno può cadere il Natale/di martedì carnevale e di giovedì l’Ascensione, son tutti matti coloro che pensano così).


Il vario pollame, sgozzato e sbuentât, sbollentato all’aperto tra densi vapori d’acqua bollente, quasi si trattasse di un rito sacrificale, era…il protagonista del pasto natalizio.
Mondâ lis bestiis, pulire gli animali da cortile, in quei tempi che andavano a braccetto con la povertà ed il sacrosanto rispetto per il cibo, significava prepararle alla cottura senza scartare nulla.
E così le zampe, lis talpis, ben spellate e private delle unghie, le teste spiumate, senza becco e occhi, avrebbero arricchito, assieme ai budini, le interiora, il brodo, chel brût che molto di rado si poteva gustare.
Spesso, però, i budiei, lis ovadoris, il durel cul figadin e il sanc, il sangue che era stato raccolto in una scodella in cui era stata messa una manciata di farina di polenta, finivano inte padiele nere (la classica padella di ferro annerita dall’uso e che non si doveva mai lavare) assieme alla cipolla rosolata e qualche foglia di salvia.
Questa “frittura”, servita cu la polente rustide, era la fine del mondo: mangjâ e murî!.


A Pasche e a Nadâl ,
al scree ogni basoâl.


(A Pasqua e a Natale “inaugura”ogni sciocco!)


Durante l’anno, infatti, ogni qualvolta si vendevano prodotti della terra o della stalla quali
la galete (bozzoli),il forment, la blave (mais) o il vidiel (vitellino) e la piece di formadi (la forma del formaggio), si accantonava una parte del ricavato per l’eventuale rinnovo di qualche capo, ormai immettibile, di vestiario.
A chi aveva già rivoltade la mude (rovesciato l’abito) ormai lisa, ne spettava una nuova per Natale.
Già in ottobre, ci si recava da Del Mestre o da Birri (negozi di stoffe del centro storico di Udine), per acquistare il tai dal vistît, cioè tre metri di stoffa quasi sempre grigia.
La sua scelta era stata fatta non in base ai gusti personali, ma per la presunta “ bontà” del manufatto: la mude e veve di durâ il plui a lunc pussibil, l’abito doveva durare il più a lungo possibile e il colore doveva essere adatto a tutte le occasioni quali battesimi, matrimoni, o funerali, compreso… il proprio.
Il tai era portato in tempo dal sartôr (almeno per san Luca –18/10- o, al massimo, per san Simone -28/10-), in modo d’essere certi di screâ la mude (mettere per la prima volta l’abito), dopo tre o quattro sfibranti prove, il giorno di Natale.
Anche i bambini ed i ragazzi attendevano questa giornata con gioiosa ansia per far sfoggio de cotule o des braghessis (della gonna o dei pantaloncini), dal majon o des cjalcis (del maglione o delle calze), dai guants o de barete (dei guanti o del berretto) che avevano visto realizzarsi durante le serate trascorse al tepore delle stalle, i filò (veglia nelle stalle), dalle abili mani di nonne o donne di casa.
Giornata speciale, quindi, il Natale che si concludeva con tutta la famiglia attorno al tavolo par zujâ di tombule cui fasui, per giocare a tombola, usando i fagioli…
Anche il giorno di Sant Stiefin, era particolarmente “grasso”, poiché si mangiavano gli avanzi di Natale mentre i vons raccontavano, come ogni anno, ai bimbi attoniti, la leggenda del primo martire che, per questa motivazione, è ricordato la zornade dopo Nadâl, il giorno successivo al Natale .
Con terrore, lis canais, le birbe, ascoltavano la storia della lapidazione del santo per gioire stupiti, poi, al miracolo che con quei sassi che gli avevano procurato morte, si era innalzata una chiesa.


L’ultimo giorno dell’annata
San Silvestro
all’anno mette il capestro


arrivava in un batter d’occhio e ciascuno, forse con qualche rammarico, ricordava anche
che:


A Sant Silvestri,
ognidun il vuestri!


(A san Silvestro, a ciascuno quanto si merita!).