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di Magda Minotti

Magda Minotti


CURIOSITA’ NATALIZIE
tra sacro e …profano


Il colore del Natale
Il colore del Natale è il bianco, simbolo dei santi, dei puri di cuore e della gioia.
Nella simbologia cristiana il rosso è il colore della Pasqua e rappresenta la passione di Cristo e il suo sangue versato per la salvezza degli uomini.
Questo scambio errato nell’ uso dei colori riferiti a queste due festività, pare sia dovuto alla campagna pubblicitaria natalizia della Coca Cola che si fabbricava negli USA, ad Atlanta.
Era il 1931 e la casa produttrice di quella bevanda, pensò di utilizzare un’illustrazione di Haddon Sundblom in cui era raffigurato Babbo Natale, così come lo vediamo oggi: costume rosso con bordi di pelliccia bianca, ossia con i colori del logo di quella bibita, ora diffusa in tutto il mondo.
Da allora il bianco degli abiti del vescovo di Mira, conosciuto come San Nicola di Bari (San Nicolaus, Santa Claus), andò dimenticato e quel Babbo Natale, non legato alla tradizione, né tanto meno alla simbologia, è divenuto, a livello mondiale, la personificazione errata del Natale cristiano …


L’albero di Natale
Pare che l’albero di Natale, così come lo conosciamo, sia nato dall’insieme di più usanze legate al solstizio invernale le cui notti, secondo credenze molto radicate, erano frequentate dagli spiriti maligni.
Per difendersi da quegli esseri che popolavano il buio, si usavano rami di sempreverdi e si accendevano lumi…
Fu così che nacque l’albero di Natale.
Soltanto nel 1605 si ha, però,dalla Germania, una testimonianza di un albero di Natale. Sui suoi rami furono ornati con rose di carta per simboleggiare la Vergine, con mele che ricordavano l’albero del giardino dell’Eden da cui fu colto il frutto del peccato, con cialde per rappresentare l’ostia consacrata e con dolcetti.
Alla fine del 1600, pare si siano state usate, per la prima volta, le candele per ornare l’abete che, con la luce, rappresentava “la luce del mondo”, ossia Cristo.
Dalle regioni della Germania protestante,a poco a poco, l’albero di Natale si diffuse in Europa centrale e del nord e, successivamente, nel nord America.
Nel nostro Friuli, fino ad una cinquantina d’anni fa, si usava addobbare l’albero natalizio solo nella zona di Timau che, risentendo dell’influenza nordica, riteneva l’abete il simbolo della vita, contrapposto all’albero cresciuto sulla tomba d'Adamo e usato per fare la Croce su cui morì il Salvatore
Numerose le leggende legate a questo albero.
Una di esse narra che l'abete è uno degli alberi dell'Eden o, meglio, quell’albero della Vita che perse le foglie quando Eva colse la mela e che, miracolosamente, rinverdì la notte in cui nacque Gesù.
Un'altra, invece, racconta che Adamo, lasciando il Paradiso Terrestre, portò con sé un ramoscello dell'albero del bene e del male che, oltre a divenire l’albero con cui si fece la Croce, divenne anche l’albero di Natale.


Il carbone per i bimbi cattivi
Il carbone generato dalla combustione delle legna sul larin dal fogolâr, faceva parte della quotidianità e, pertanto, averne in “regalo” voleva dire non ricevere proprio nulla, non avere, purtroppo, alcun dono…
I tempi sono cambiati e, ai nostri giorni, i bambini “cattivi” (i bambini non sono mai cattivi!) ricevono un po’ di carbone, ma carbone dolce che si può acquistare in tutti i supermercati o nelle pasticcerie o fare, addirittura, a casa.


Il bastoncino di zucchero
Già dai primi di dicembre fa bella mostra di sé nelle vetrine dei negozi di dolci, un bastoncino di zucchero bianco a strisce rosse, a forma di “J” e dal sapore di menta.
Arrivato da qualche tempo anche da noi, questo dolce pare sia stato ideato da un pasticcere che desiderava crearne uno che simboleggiasse Gesù.
Gli diede la forma della lettera iniziale del nome Jesus che, allo stesso tempo, è quella del bastone usato dai pastori.
E Gesù, come dice Giovanni nel suo Vangelo, è nostro pastore.
Con lo zucchero, così duro, il caramellaio volle rappresentare Gesù quando disse a Pietro d’essere pietra, cioè base stabile per la chiesa.
Anche i colori del bastoncino avevano un significato simbolico ben preciso.Il bianco dello zucchero, che rappresentava la purezza di Gesù, era interrotto da quattro strisce rosse. Quella larga simboleggiava il sangue versato da Cristo per redimere i peccati del mondo e le altre tre, sottili, ricordavano i segni lasciati dalle frustate sul costato del Redentore.
La menta, da cui si ricava il sapore del bastoncino, è una pianta simile all’issopo che veniva usato anche nell’Antico Testamento, per i riti di purificazione.
Gesù rappresentava la purezza dell’agnello che si è sacrificato per la salvezza degli uomini.
Questi simboli, ormai, non si ricordano più e il bastoncino bianco e rosso è solo una caramella dalla forma strana.

Le superstizioni
Lis trê danzis, ossia i tre suoni delle campane che suonavano a Madins, cioè la messa di mezzanotte, erano anche il segnale che si dovevano portare agli animali della stalla altrettante bracciate di foraggio.
Ma bisognava fare molta attenzione a non fare ciò a mezzanotte, quando le fonti e gli animali, secondo la tradizione, avrebbero parlato e, sentirli, sarebbe stato di cattivo auspicio.
Si narra, infatti, che un contadino udendoli, capì che annunciavano la sua morte.
Allora egli, istintivamente, lanciò loro una mannaia che, come un boomerang, lo colpì a morte.
Si credeva, inoltre, che a mezzanotte esatta, le corna degli animali si sarebbero illuminate sulla punta e che tutti gli asini si sarebbero inginocchiati per salutare il Bambinello.
Ma nessuno ha mai potuto vedere ciò perché, a mezzanotte, gli animali avrebbero parlato ed allora…


Il ciocco di Natale
La vigilia di Natale era una giornata veramente magica poiché, secondo una tradizione d’origine celtica legata alla sacralità del fuoco, si bruciava un ciocco.
Secondo un’altra leggenda, lo si voleva acceso perché la Madonna potesse asciugare i pannolini del Bambinello.
Ecco, dunque, l’importanza assunta dal çoc di Nadâl o Nadalin.
Il gran ceppo di morâr, era scelto molti mesi prima perché, ben stagionato, potesse bruciare durante tutta la Santa Notte.
Nel tardo pomeriggio de Vilie, in cui s’era rigorosamente digiunato come alle Ceneri e il Venerdì Santo, la persona più anziana di casa, libera da impegni faticosi e degna di rispetto per la saggezza dovuta all’età, accendeva il çoc e ne controllava la combustione, che doveva essere lenta ma continua “parcè che, se tal doman di matine il Nadalin al à cualchi bore impiade al è ben, ma se al è dut distudât, dentri l’an al mûr il paron di cjase!”
Chi non aveva la possibilità di possedere un ceppo, bussava alla porta di una di quelle famiglie che ne stava bruciando uno dicendo:


“Sia lodato Gesù Cristo”
“Sempre sia lodato”
“O sin vignûts a cirî i çocs par scjaldâ il Bambin Jesù”
E a questa richiesta, non si poteva dir di no.
Vizilis di Nadâl
“Vizilie di Nadâl: gran fogolâr
cun sore il nadalìn
c’al criche su brusand:
e atôr atôr la mame, il puar papà
la nonute, tant çhare a noatris fruz,
c’ a conte a vîs colôrs
la storie di Betlem.

… Anna Fabris 1920


Da questa tradizione, che non è solamente del nostro Friuli, nasce il dolce a forma di tronco che appare, spesso, sulle nostre tavole accanto a panettoni, a pandori e ad altre leccornìe legate a questa grande ricorrenza religiosa..


I mostaçons
Fatti con ingredienti semplici, erano i tipici dolci friulani della vigilia di Natale e di essi ne parla Valentino Ostermann (1841-1904) in un breve racconto, “Nadâl”:
“…tu, Rose, intant prepare su une guantiere il mandolât, i mostazòns e i colaz di sope cul neli; pai fruz met un pôc di pan.”
Ecco, per i più golosi, la vecchissima ricetta di questi speziati, ma gustosi dolcetti che, con i più conosciuti colaçs da intingere nel vino (colaçs di sope) erano, per i nostri vons più benestanti e nelle famiglie borghesi, la cena che precedeva i Madins.
Montati a neve gli albumi (3) con il sale, vi si incorporava, a poco a poco, la farina di mandorle (450 grammi), lo zucchero (450 grammi) e le polveri aromatiche della cannella e del chiodo di garofano.
L’impasto ottenuto serviva a fare losanghe che, adagiate ciascuna su un’ostia (ora si usa la carta da forno), erano cotte, per una dozzina di minuti, nel forno caldo ma non troppo.
Altre ricette di questo dolce speziato, sono riportate, traendole dai ricettari dei conti Claricini , a pag. 211 del libro di Giuseppina Perugini Antonini “Mangiare e bere friulano” – Franco Angeli Editore 1976 e, a pag 250, del libro di Emilia Valli “La cucina del Friuli” - Newton Compton Ed. 2007


Le trippe
La Vilie di Nadâl, essendo vilie di pûr vueli come per le Ceneri e per il Venerdì Santo, si digiunava in attesa che Il Bambin Gesù nascesse.
Il digiuno era interrotto con una tazza din vin brulè, quando gli adulti della famiglia, nell’attesa che le tre campane chiamassero a Madins, la messa di mezzanotte, bevevano un caldo e corroborante vin brulé.
Ai Madins partecipavano, vestendo con orgoglio gli abiti della festa o quelli nuovi, solo gli adulti. E, così, eleganti come non mai, si fermavano in osteria per mangiare una calda e corroborante sope di tripis, magari cui fasui (zuppa di trippe, magari con i fagioli!).
Chi non poteva permettersi la sosta in osteria, sapeva di poter, comunque, cjatâ a cjase, dôs tripis.
La zuppa di trippe, chiamata anche sguazet, piatto tipico della notte di Natale, era mangiata, ma per tradizione solo a Udine, anche la mattina del tredici dicembre, giorno di Santa Lucia e la pietanza era, solitamente, accompagnata da lupini salati.
Contrariamente a quanto si possa pensare, le trippe non erano un piatto della povera gente e della servitù, ma un piatto padronale. Lo si testimonia, infatti, nella lista settimanale in cui la contessa Ribatta scrive “Domenica: carne lessa e sempre suppa di tripe”
A Gemona, dopo i Madins, i ragazzi portavano la loro fidanzata, come testimoniava l’Ostermann, a mangiare le trippe e a bere vin bianco…
E questa usanza, anche se non legata ai rapporti amorosi, è più che mai viva in tutto il Friuli le cui osterie, dopo la messa di mezzanotte, si riempiono d’avventori che consumano questa pietanza legata, sin dalla notte dei tempi, alla sacralità della ricorrenza.


MENU NATALIZIO TRADIZIONALE
PASTINA IN BRODO


“Se tu âs voie di vê un bon brût, met la cjar inte aghe frede, se tu vûs une buine cjar lesse, butile inte aghe di bol”.
(Se vuoi avere un brodo ottimo, metti la carne nell’acqua fredda, se vuoi un bollito buono, butta la carne nell’acqua bollente!).
Questa era una regola che la massarie applicava secondo i suoi gusti, che non avrebbero mai avuto riscontro negativo tra i commensali.
Tutto era sempre buono per i palati non usi né al brodo di carne, né tanto meno ai lessi che, oltre alle festività comandate, erano consumati solo dai malati o dalle puerpere.
Nel “brût che al va par dutis lis venis” (fatto con gallina, cappone, tacchina, anatra, le loro interiora e zampe e, ancora, con biancostato o petto di manzo) si cuocevano, solitamente, lis pastis, ven a stâi tajadeis o fedelins.
La pasta confezionata con farina, uova, acqua e sale serviva, a volte, a fare i rafioi, specie di tortellini ripieni d’erbe che sostituivano, nel brodo, la pastina.


LESSO
Tutta la carne che era servita a fâ il brût, era mangiata con salsa di cren e asêt, cioè rafano e aceto..
Nelle case più ricche si faceva anche la salsa con senape in polvere, aceto, olio e zucchero, come dettato da ricette di vari conventi friulani del XIV° secolo.
Oltre alle carni, non poteva mancare il muset cu la bruade o verzis.
Raramente lo si mangiava con purè di patate.


ARROSTO
Quasi sempre si trattava di poleç, raze o dindiat rost con patate al forno e radicchio rosso, che era stato fatto imbianchire nel buio tepore della stalla.
Altro tipico contorno degli arrosti erano i ufiei *, le rape piccole, dapprima lessate e ,poi, passate in padella, insaporite dal porro e mosto cotto, secondo una ricetta degli antichi romani che Apicio riporta nel suo “Manuale di gastronomia” - libro VI°.


PANE
Rigorosamente fatto in casa cun farine di flôr, o di siale, o di noli per dimenticare, almeno un po’, l’onnipresente polenta.


DOLCE
Il soffice Pan di Spagna fatto coi ûs e farine di flôr, era la base per i dolci natalizi.
Spalmato con crema pasticcera, pazientemente arrotolato tra gli sguardi des canais, prendeva la …. dolce forma profana del Nadalin.
Alternato a strati di crema e ricoperto da cioccolato, quel Pane poteva formare una torta la cui forma variava, secondo l’abilità della cuoca nel destreggiarsi con la …materia prima.
In alternativa, si cuocevano torte di mele o pere anche se, a volte Gubane e Pinza, tipicamente pasquali, facevano capolino sulle nostre tavole natalizie.


FRUTTA
Piruçs, miluçs e coculis, nolis, bagjigjis, uniti all’uva conservata nella segatura o ai cachi ed ai melograni: che bontà!


VINO
Era un bel bere, debole in gradi ma di forte…coloritura: bacò, clinto, tacelenghe, merican, tintorie, magari dut misturât.
E pai fruts: AGHE!!!


*= I vons , di questa rapa cotta, dicevano:


Cui ufiei a si lustrin i bugei.
(Con le rape cotte si lucida l’intestino).
Cui che mange ufiei, pisce tal jet
(Chi mangia rape cotte, fa la pipì a letto).


Proverbi popolari raccolti da Valentino Ostermann


Bon Nadâl , buine fin e bon principi a ducj cuancj !