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di Magda Minotti

A cura di Magda Minotti

 

 

 

 

Zenâr al jere cussì
Gennaio era così

 

 

 

 

“ Fruts sveaisi:
o vês durmît  un an!”

Ma noi bimbi non capivamo cosa olessero dire mamma e papà con queste parole, per noi  terrificanti, che ricordavano la “Bella addormentata nel bosco“.
Tutto, nelle camere, era come la sera prima e, fortunatamente, quella brutta stregaccia con il fuso, non era mai stata vista.
Il bacio dei genitori, chê bussade dal Prin dal an, era veramente significativo e davvero rassicurante rispetto a quello con cui il Principe Azzurro svegliava la Principessa da un sonno di cento anni.
Ritornata alla realtà, la mularie iniziava a rivivere quelle tradizioni che si sarebbero ripetute, sempre con il massimo rispetto dei significati che racchiudevano, dal primo all’ultimo giorno dell’anno, an dopo an.
E così lis scovis erano il primo attrezzo usato il prin di Zenâr, per eliminare dalla casa tutto ciò che era sporco e legato all’anno precedente, prestando attenzione nel muovere la scopa da est ad ovest, e non al contrario. Farlo, sarebbe stato “ far entrare” le disgrazie…
Questo non era il solo gesto propiziatorio del primo giorno di Gennaio: si doveva evitare di compiere ciò che ciascuno, in cuor suo, non desiderava fare nel corso del nuovo anno.

      "Ca pan, ca vin
   la grazie di Diu o gjoldarìn.
 Calin calon: ca pan ca vin,
ca lane, ca lin.
Ca pan ca lin,
la luianie tal cjadin
il cjadin si è sfonderât,
    la luianie e côr tal prât "

Erano queste,  parole di cui i bambini non capivano il significato, ma che si era soliti fare per augurare a tutti di avere il cibo ed il vestiario necessari. 
Non si ricordano veglioni o grandi festeggiamenti per lo scoccare della mezzanotte Nei paesi si vegliava alla buona, come ogni sera, nel tepore delle stalle, fantasticando e sperando in un anno migliore di quello che stava morendo.
Le solite parole, le solite speranze: tutto come ogni anno.
I zovins, i ragazzi, si trattenevano con tanta allegria nella stalla più in voga ed ospitale, tralasciando tristezze e grigiori, non ancora “confacenti” a chi era nel fiore degli anni.
Invece lis canais,i piccoli , cullati dalle braccia di Morfeo, stavano già sognando che  avrebbero dormito …un anno e, come si diceva a Udine, erano “al teatro Puccini, tra coltri e cuscini…”
Ma, allo scoccar della mezzanotte annunciata dai campanili, tutte le stalle si univano idealmente in un brindisi augurale, con un tai di chel bon
Subito dopo l’inizio di quell’anno, che ovviamente, avrebbe dovuto essere migliore del precedente, i ragazziandavano in sops, a porgere gli auguri alla gente del paese. 
E così, di casa in casa,  raccoglievano  qualche piccolo dono, frutta o un soldino,  un carantan,  gridando:
”Siops, siops!
Coculis e lops!
Dait o no dait,
in Paradîs lait!”

Se non ricevevano nulla, parole maleauguranti urlate a squarciagola, ne testimoniavano lo sdegno:


“Dait o no dait, a cia-dal- diaul!”

Gli auguri che i piccoli, la canaie, facevano soprattutto nel pomeriggio recandosi dai parenti par i lôr siops, erano formulati con un:

”Bon an, bon dì e bon an ! !”
e con:
“Vuê un an in salût !”

Con i carantans o, per i più fortunati, lis palanchis (rispettivamente cinque e dieci centesimi) ricevuti, i bimbi compravano carrube, castagne secche, lis strasseganassis, e un pôc di zucar di Gurize, ven a dî chel zucar di vuardi che sostituiva le attuali caramelle.

“Prin dal an, frêt di cjan!”

Questa era la realtà e, dopo la “questua” dai parenti, lis canais violacee per il freddo, tornavano a casa. Cercavano subito sollievo mettendo i piedi vicino al fuoco o nel forno dello spolêrt aggravando così, quelle screpolature, lis crituris, nelle gambeche avevano sia i maschietti, cu lis braghessis simpri curtis, sia le femmine cu lis cjalcis che a rivavin ai zenoi.   
Prima di cena, quando si sarebbe dato fondo agli avanzi del pranzo semplice, ma preparato in gran quantità per propiziarsi un futuro d’abbondanza, la Tombola o il Gioco dell’oca riunivano la famiglia attorno al tavolo. Per i piccoli, la speranza di vincere e di sentirsi per qualche istante, almancul in chê prime dî dal an, importanti ed orgogliosi, era davvero elettrizzante. 
Ma,  queste giornate così particolari, volavano. E volavano soprattutto per noi bambini, che vedevamo svanire anche le vacanze scolastiche.
Era già lontano il magico Natale, che aveva lasciato il testimone al primo giorno dell’anno nuovo, corredato da buone intenzioni e da speranze che si volevano convalidate dai fuochi epifanici.
In un batter d’occhi, eravamo già giunti all’Epifania.
Sei gennaio: giorno esaltante e triste allo stesso tempo.
La strega buona, come i Re Magi dell’immancabile presepio, portava sì i doni volando sulla sua scopa magica, ma recava anche tanta tristezza:

La Pifanie,
dutis lis fiestis e puarte vie”

Sei gennaio: benedizione dell’ acqua e del sale.

Aghe sante dai trê Rês
jo ti buti in chest cjamp
jo ti buti in  chest cjaveç,
il Signôr va cjalant
e il demoni va scjampant,
Pari, Fi , Spiritu Sant!

Sants trê Rês miei protetôrs
intercedêt pai miei erôrs,
Sant Gaspar, Melchior e Baldassâr
liberânus di peste e di ogni mâl
vuardânus di fûc e di ogni paura,
perdonânus cheste e ogni ventura!

 

Tutti in chiesa, quindi, nel pomeriggio dell’Epifania con fiaschi, gamelins o altri contenitori.
Si prestava molta attenzione a portare a casa quel liquido sacro che serviva alla purificazione, alla benedizione, alla propiziazione.
Appena le prime ombre della notte, finalmente, coprivano le cose, ecco esplodere, qua e là, i bagliori dai pignarûi benedetti con l’acqua da poco consacrata.
Fuochi magici ed affascinanti per i bambini, speranza d’auspici positivi in cui cullarsi, per gli adulti: tanta voglia di un futuro migliore affidato esclusivamente a pronostici di… fumo!

"Se il fum al va a soreli jevât,
cjape il sac e va al marcjât;
se il fum al va a soreli a mont,
cjape  il sac e va pal mont!"

Il pignarûl , in ogni caso, era sacro simbolo di fertilità anche perché le sue ceneri avrebbero disinfettato e concimato il terreno,  che di lì a poco, sarebbe andato in…”amôr” aprendosi  al nuovo anno agrario.
L’acqua santa, quel giorno, oltre ad aspergere il falò epifanico, era data  da bere agli animali  domestici per prevenirne  malattie  o accelerarne la  guarigione con la dovuta intercessione di Sant’Antonio Abate.
L’immancabile benedizione che la madre faceva alla figlia o al figlio, prima che lasciassero la casa per dire sì in chiesa, avveniva con uno spruzzo, fatto con il segno della croce, di quell’acqua santificata  nel giorno in cui i Re Magi erano arrivati dal Salvatore. 
Ecco ancora,  l’acqua purificatrice impiegata dal plevan per benedire le case nel periodo pasquale, ed i campi per le Rogazioni, ma anche  dai contadini par onzisi a protezione delle parti del corpo  più esposte  a ferite accidentali o ai morsi di animali velenosi.       Quello che più mi ha lasciato segno nella memoria, però, era l’uso di quell’acqua sacra per bagnare le labbra dei moribondi o per benedirne, da morti, i corpi che erano sempre vegliati in casa. Il contenitore del sacro liquido, rigorosamente posto ai piedi del letto di morte conteneva quale aspersorio, un ramo di quell’ulivo benedetto la Domenica delle Palme. Un intreccio di simbologie ormai dimenticate.
L’acqua santa era sempre presente in ogni abitazione, soprattutto  al capo del letto, nelle acquasantiere che, di solito, consistevano in un angioletto che sorreggeva il bussul.
Ogni mattina e ogni sera, in ogni momento di preghiera, vi si mettevano le dita e si faceva il segno della Croce. 
Ricordo che a casa di mia nonna, ma anche a casa mia, l’acqua santa e l’ulivo benedetto si conservavano con deferente sacralità in un posto privilegiato, il “mobile bene” della sala o al sicuro, in camera di mamma e papà perché, come abbiamo visto:

”…la virtût  de aghe de Pifanie
e passe siet mûrs”

Oltre all’acqua, nel pomeriggio dell’Epifania, il sacerdote benediva anche i bambini ed il sale, che conservando e dando sapore alle cose, è il simbolo dell’intelligenza.
Avere sale in zucca” deriva, forse, dal fatto che esso era messo in quelle grandi, svuotate e ben seccate, che fungevano da contenitore e, non averne dentro, era  un problema.
Il sale benedetto serviva a proteggere   le persone, gli animali ed era un mezzo per scacciare il malocchio e tener lontano le streghe, proteggeva dai pericoli…
Sei gennaio: ultimo giorno delle vacanze natalizie.
Il secondo trimestre, ahimè, stava per iniziare e lis canais si consolavano pensando al Carnevale che, in sordina, era iniziato proprio quel giorno…

Il tempo scorre e si arriva al 17 del mese, in cui la Chiesa onora Sant’Antonio Abate protettore, come già ricordato, degli animali. 

“Sant’ Antonio il diciassette,
che le stalle in festa mette,
mette in festa anche il pollaio
nel rigore di gennaio”

Accompagnato dal zagot che teneva in mano il secchiello d’acqua santa, il plevan affondava con maestria l’aspersorio con cui, solennemente, avrebbe benedetto gli animali domestici, portati lungo le vie, nei vicoli o dietro i cancelli delle abitazioni.
I bambini si sentivano importanti protagonisti  tal puartâ   a benedî il lôr nemâl: il lujar,  il canarin, il gjat o il Bobi.  Questo atto non era finalizzato solo alla protezione della salute degli animali domestici e d’affezione, ma era anche un ribadire il rispetto che si doveva avere nei loro confronti e nella natura tutta.
Il santo così importante nella nostra società contadina,  era detto  Sant Antoni dal purcit.
I fabbricieri parrocchiali, per arrotondare il magro quartese (quarantesima parte dei cereali, che era data alla chiesa per la cura delle anime e per mantenere il plevan e il capelan), facevano allevare, a spese della comunità del paese o del borgo, un  maiale  “dedicato”  al santo. 
Il purcit che non aveva  alcun padrone, girava libero per le strade, entrava nei cortili  e nelle androne dove, in posti fissi, trovava il trogolo, il laip, in cui c’erano  lis lavaduris  (acqua  usata per lavare la  massarie  e  che conteneva anche i rimasugli del cibo), qualche buccia di patata, foglie di verza e  un pugn di semule.
Non si è mai sentito che avessero rubato,  anche se la grande miseria avrebbe giustificato tale atto, quel maiale che  cercava  il cibo di casa in casa…
Da qui il modo di dire:


Chel frut al è ator dut  il dì”
oppure
“Al è torzeon come il purcit di Sant Antoni”

Qualche mese prima di purcitâlu, il maiale era “accoppiato” ad un lattonzolo, il purcitut, che imparando “ usi e costumi”, sarebbe divenuto il futuro purcit di Sant Antoni.
La tradizione legata a questo purcit si è mantenuta, da noi, sino agli anni attorno al 1960 e moltissime sono le persone che, ancor oggi, si ricordano di quel maiale ritenuto “sacro”.
Pare che la tradizione di far allevare questi maiali dalla popolazione, derivasse da un’usanza nata in Francia nel14° secolo, per volere dei frati Antoniani che gestivano ospedali in cui si curava l’herpes Zoster, detto Fuoco di sant’Antonio. I religiosi potevano far fronte alle spese sostenute per l’assistenza erogata, per mezzo dei proventi   derivati dai loro maiali,  lasciati liberi e nutriti gratuitamente dalla gente.
Anche il Friuli fece propria quest’usanza.
Si sa che a Udine, nella seconda metà del 1300 circa, ci furono alcuni problemi per l’ospedale di Sant’Antonio Abate (sorgeva dov’è attualmente l’omonima chiesa in Piazza Patriarcato, ed era lì che si prendeva cura di quanti erano colpiti dall’ herpes), al quale la popolazione non voleva restituire i maiali ormai pronti per… l’uso.
Altro problema fu quello per cui la gente, volutamente, mescolava i propri maiali con quelli “dedicati” al santo.
Possiamo immaginare i motivi e le conseguenze.
Poiché la tradizione considera l’Abate il Prometeo cristiano, sant’Antonio è considerato, come si è dedotto, anche protettore dagli ammalati di herpes zoster (fûc di Sant Antoni). 
Il santo, a differenza di quanto avvenuto nel mito pagano, non rubò il fuoco agli dei, ma lo chiese al Padreterno per rendere più facile la dura vita cui era costretto il contadino.
Dio lo accontentò ma si tenne il fulmine, fuoco che punisce. Nello stesso tempo, punì Antonio che aveva osato chiederglielo, dandogli quello che il santo, purtroppo, trasmise agli uomini: il doloroso “fuoco di Sant’Antonio”.
Per guarire da questo male, si credeva fosse sufficiente ungersi con il grasso del maiale e, anche per questo motivo, la tradizione vuole che il maialino sia sempre raffigurato ai piedi del vecchio santo.
Secondo altri, invece, il maiale rappresenta le tentazioni diaboliche che Antonio ebbe nella sua lunghissima vita da eremita nel deserto del Sinai, dove visse per più d’ottant’anni e dove morì, più che centenario, nel 336 d.C., proprio il 17 gennaio.
La volontà popolare, con il passare del tempo, trasformò quell’animale diabolico in uno degli animali domestici, fonte di ricchezza per il contadino.
Così l’Abate fu ritenuto il santo protettore di tutti questi animali e fu sempre venerato e ricordato  con la sua immancabile immagine benedetta, appesa in tutte le stalle.
Il tempo scorre inesorabile e si arriva ai “tre giorni della merla”, cioè il ventinove, il trenta ed il trentuno del mese, che ai bambini erano ricordati con questa leggenda:
«Si narra che anni, anni ed anorum fa, i merli erano bianchi e il mese di gennaio, che aveva ventotto giorni, si divertiva a far soffrire, con un freddo tremendo, una famigliola di questi uccelli che viveva in cima ad una gran quercia.
Mamma merla, ogni anno, supplicava Gennaio d’essere più mite: nulla da fare. 
Il sadico mese si divertiva a farli soffrire dicendo che quello era il suo mestiere…
Un anno, la bestiola decise di cambiare tattica e, così, si nascose per bene,  con tutta la famigliola sotto un tetto.
Gennaio non vedendola, si dimenticò di tormentare quei bianchi merli fino a che, il ventotto del mese, la merla sentendosi ormai al sicuro, uscì dal suo nascondiglio per godere, finalmente, il sole che brillava alto nel cielo.
Ma, purtroppo, ella non riuscì a nascondere la sua soddisfazione per aver gabbato Gennaio che, preso in giro, si volle vendicare pesantemente.
Chiese in prestito tre giorni a Febbraio (allora, ne aveva ben trentuno!) che “trasformò” in una vera ghiacciaia, tanto che neve e gelo stavano per congelare la famiglia dei poveri merli.
Fortunatamente, mamma merla vide un camino che fumava: portò lì marito e figli per proteggerli da quel freddo polare. Se il calore li salvò, il fumo e la caligine impregnò talmente le loro penne che, da allora, tutti i merli, discendenti da quella famigliola, le ebbero per sempre nere. Ed è così che li vediamo ancor oggi.
Gennaio se ne andò soddisfatto per la vendetta.
La sua malvagità si rivolse anche a Febbraio cui non restituì i giorni chiesti in prestito e che si ritrovò ad essere, suo malgrado, il mese più corto dell’anno…

" Fevrarut piês di dut,
ma al à 28 dîs
e intun moment al è fûr dai pîts.
Fevrarut, trist e brut! "

Da allora, quei tre giorni “rubati”, sono conosciuti come “i giorni della merla”, cioè le giornate che la tradizione vuole siano le  più fredde dell’anno».